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I dieci Comandamenti

Studi Biblici
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Studio completo ed analisi sui Dieci Comandamenti della Parola di Dio

 

 

Introduzione

Uno studio sui comandamenti…mi rendo conto che non sia una grande novità per nessuno, eppure gli argomenti che mi accingo a raccontare hanno cambiato il mio approccio allo studio della Bibbia e  hanno rivoluzionato il mio modo di pensare al Santo Benedetto. Questo studio si è rivelato essere un viaggio sorprendente. Un viaggio ai confini di un mistero rivelato e di una promessa attesa. Il mistero è quello di Dio, del suo ineffabile Nome, della sua Parola consegnata a Mosè; la promessa è quella di una vita degna di essere vissuta, in cui libertà, giustizia, rispetto della dignità umana siano i capisaldi in altre parole il tempo, ormai imminente, del ritorno di Gesù: il Messia.

Buona Lettura!

QUELL’ASSURDO DI LIBERTA’

La nostra storia comincia dopo tre mesi da quando gli israeliti erano entrati in quel deserto dai tanti nomi che i carovanieri normalmente attraversavano in quindici giorni e mai avrebbero immaginato che in quei luoghi ne avrebbero trascorsi parecchi altri, quarant’anni per l’esattezza. La generazione uscita dall’Egitto si addormenterà sulla sabbia. Nessuno di coloro che era stato schiavo in terra d’Egitto diventerà pioniere nella terra promessa.

Gli egiziani credevano ancora che quella massa di persone sarebbe tornata indietro stremata da quell’assurdo di libertà. Non erano neanche un popolo, erano solo uomini e donne che condividevano un antenato ed una solitudine. Ma accade qualcosa di inaspettato. In una terra arida e ostile alla vita quale solo un deserto può essere, nasce qualcosa di nuovo: un popolo. La condizione che il Santo Benedetto pone per questa nascita è la libertà. Libertà ‘fuori’ e ‘dentro’, la prima si manifesta con l’uscita dall’Egitto; la seconda è il dono del Decalogo, le Dieci Parole, che non sono Parole di Legge ma le Leggi della Parola, il dinamismo stesso della vita, la gioia di vivere, la pienezza del sentirsi umanità. L’uscita dall’Egitto fù una nuova nascita, un battesimo di nuova vita nel passaggio tra le acque del Mar Rosso (1 Corinzi 10,1-13).

Tornando alla nostra storia, troviamo gli Israeliti ai piedi del monte Sinai. Arrivavano da Refidim (Es 17:1-8; 19:2Nu 33:14-15) dove la loro fiducia verso Dio aveva vacillato per la mancanza di acqua ma fù sempre a Refidim che respinsero l’esercito di Amalek.

esodo copiaCon loro, davanti alla Montagna, Mosè.

MOSE’

Quando nacque scampò ad una strage di bambini, salvato da una giusta tra le nazioni, Bythia la figlia del faraone. Fù cresciuto da una nutrice ebrea, sua madre naturale, che inculcò nei suoi primi anni di vita il germe ebraico facendolo crescere in un’atmosfera Levitica. Cresciuto fu riconsegnato alla figlia di Faraone. Divenne un principe egiziano. Capitano della leggendaria cavalleria del faraone, per il quale rischiò la vita sui campi di battaglia. Bevve a piene sorsi la filosofia egiziana, studiò il ‘libro dei morti’ che gli egizi dovevano recitare davanti ad Osiride e conobbe anche il ‘Codice di Ammurabbi’ dei babilonesi. Bruscamente, brutalmente, senza che si sappia perché, si realizzò in lui il risveglio alla coscienza ebraica. Risveglio che la Bibbia condensa in alcune parole lapidarie: “Quando Mosè fu cresciuto, si recò dai suoi fratelli” (Es 2:11). Questo ritorno è Esodo per eccellenza, è ritorno verso se stessi, è ritorno verso Dio, è Teshuvah.

DIO DELLA STORIA

Leggendo il comandamento si osserva che il Signore, inaspettatamente, si presenta come Dio della storia e non come il Creatore del Cosmo.

La cosa più logica sarebbe stata che si fosse presentato come il Creatore del cielo e della terra, questa sarebbe stata la forma forse più ragionevole. Invece Lui si presenta come Dio che interviene nella storia. In realtà il rapporto tra Dio e Uomo è un rapporto nel quale Dio si presenta come Colui che interviene nella storia per liberare l’Uomo. Probabilmente perchè l’uomo per sua struttura e conformazione capisce la sua esperienza che è un esperienza storica e non i grandi principi dell’essere. Solamente pochi possono capire i grandi principi dell’essere e i dieci comandamenti non sono per pochi ma devono essere per tutti, quindi devono essere comprensibili sia da chi ha una capacità di comprensione ontologica, che è una minoranza, sia da chi ha una capacità di comprensione storico esistenziale che è invece la maggioranza.

Per la tradizione Ebraica così come per quella Cristiana, Dio entra nella storia, l’infinito entra nel finito. Per i Cristiani, Dio diventa uomo, il Verbo, – la Parola diventa Carne: è un incarnazione nella carne. Per gli ebrei, Dio diventa testo. Dio si manifesta in un testo e nei suoi limiti, la Torah dunque non è più un informazione su Dio ma è una manifestazione del divino. Questo è uno dei motivi per cui non è possibile ricevere la Parola e mettersela in tasca, far credere di possedere l’infinito e che lo si domini. La responsabilità degli uomini è di rendere all’infinito il suo statuto di infinito.

UNA NUOVA CONCEZIONE DELLA REALTA’-

Secondo la tradizione ebraica il mondo è stato creato con Dieci Parole (provate a cantare nel primo capitolo di Genesi della vostra Bibbia quante volte è ripetutata la parola ‘Disse’!). È un parlare dolce che crea la natura. Sono dieci parole che in sette giorni creano il Cosmo che è un “sistema di leggi”.  Sul Sinai sono ancora Dieci le Parole dette da Dio ed un altro “sistema di leggi” viene promulgato. Il primo è un sistema di NECESSITA’ che è la Natura, nessuno cioè può esimersi dal rispetto delle leggi naturali quali la gravità, il secondo è un sistema di LIBERTA’ in quanto il rispetto dei comandamenti non è obbligatoria ma è una scelta. Il passaggio tra la fase della natura pura e semplice come stato di necessità e la dimensione della libertà avviene in Pesach dove si verificano le dieci piaghe. Le piaghe di Egitto rappresentano il superamento delle leggi naturali, esse sono il sovvertimento di ciò che la natura direbbe che bisogna essere. È come dire che dalla dimensione naturale attraverso le dieci piaghe si passa alla dimensione del superamento delle leggi naturali alla dimensione della libertà. Si potrebbe intravedere una simmetria con il Nuovo Testamento, infatti anche la vita, la morte e la resurrezione di Gesù, che incarna festa di Pesach, rappresentano un sovvertimento delle leggi naturali ed un passaggio ad un sistema di Libertà.

FAREMO E ASCOLTEREMO

Quando il Signore parlò tutta la terra rimase in silenzio. Quando il Signore presentò lamoses-mt_sinai Torà sul Sinai nessun uccello cinguettò, nessun bue muggì, nessun serafino proclamò la santità del Creatore. Il mare non si mosse, tutto l’universo ammutolì e ciò quando la Voce nel signore pronunciò: “Io sono il tuo Dio”, essi ricordando tutte le volte che avevano visto l’Egitto adorare le forze della natura come deità capirono che il Signore è Ehàd, è Uno. Il Santo Benedetto donerà personalmente la Legge - si udì dire in mezzo al popolo e il loro entusiasmo fu tale che dissero – Tutto quello che il Signore ha detto, faremo e ascolteremo – proclamando così la loro disponibilità ad osservare le norme prima ancora di averle udite.

Il Primo Comandamento

Un’altra riflessione che probabilmente ognuno di noi ha fatto leggendo il Primo Comandamento è: qual’è il comando?

C’è un avvenimento citato nei Vangeli che penso venga in nostro aiuto. Accadde che un giovane, ben noto nella sua città e annoverato tra i capi, incontrò Gesù e quando Lo vide si gettò ai suoi piedi. Il ragazzo non domandò dei grandi quesiti di cui spesso dibatteva in pubblico, chiese semplicemente ciò che molti di noi almeno una volta nella vita si sono domandati cioè: cosa bisogna fare per vivere per sempre?. Lui lo guardò ma non aggiunse nulla di nuovo a quanto già non si fosse udito in Israele, se vuoi entrare nella vita – disse – osserva le Asseret Diberot (Mc 10:17-22; Lu 18:18-27Mr 10:17-27).  ‘Quali?’ chiese incredulo il giovane, che probabilmente si sarebbe aspettato ben altre novità dall’uomo che tutti riconoscevano come un rivoluzionario, molti come liberatore e alcuni addirittura come il Messia. E invece proprio a quelli si riferiva il suo interlocutore: alle Dieci Parole dette sul Sinai. Quelle ascoltate dal popolo direttamente dalla voce del Signore.
Una delle cose incredibili di questa storia è che due dottori della Scrittura hanno un fraintendimento proprio riguardo ai Dieci Comandamenti che sono un pilastro della Legge. In realtà la causa di questo fraintendimento risiede nel fatto che ciò che viene comunemente tradotto come ‘Dieci Comandamenti’ in  ebraico si dice: ‘Asseret Diberot’. Asseret cioè ‘dieci’, Diberot cioè ‘detto’ o ‘parlata’ (deriva dalla parola ‘davar’), pertanato la traduzione più fedele al testo originario sarebbe: ‘ Le Dieci Parole’. A questo punto abbiamo, apparentemente, complicato le cose perchè essendo i Dieci Comandamenti in realtà  ‘Dieci Parole’, ciò implica che potrebbe anche non esserci un comando nel primo comandamento (o meglio prima parola). Tale problematica è stata ampiamente affrontata tra i commentatori medievali e successivi. Esistono due linee di tendenza sull’interpretazione di questo comandamento. Teniamo però bene in considerazione il fatto che coloro che pensano che esso non sia un comandamento, proprio in quanto tale lo ritengono ancora più vincolante che se lo fosse. Infatti un comandamento è soggetto al libero arbitrio, se non lo è allora vuol dire che è un dato di fatto. In questa linea di pensiero si sostiene che la Mitzvà ricade solo su ciò che è governato dalla libera scelta e dalla volontà, e l’esistenza di Dio non è sottoposta alla libera scelta dell’uomo e quindi non possiamo chiamarlo comandamento, credere o non credere non può essere sottoposto a normativizzazione. Secondo questa visione il comandamento sarebbe una premessa logica ed una presentazione.
Una linea di pensiero diversa è rappresentata da Maimonide che invece, in maniera molto chiara, nel suo elenco (redatto in ordine di importanza) delle Mitzvot pone questo comandamento come primo.Schiavitù, liberazione, esodo, nuova nascita: la storia di un popolo. Quel popolo a cui noi Cristiani siamo stati innestati (lett. Romani 11). Il loro Dio è diventato anche il nostro Signore, la loro storia è diventata la nostra storia. anche noi eravamo  presenti ai piedi del Sinai. Anche noi abbiamo udito la voce del Signore. Studiando ho anche scoperto che in fondo, questa storia non è solo la storia di una collettività ma anche di ogni singolo individuo. Ogni esistenza è sospesa tra esodo e Terra Promessa. La vita è  tensione tra memoria e avvento, tra ieri e domani, passaggio dalla promessa alla sua realizzazione. E questa Promessa, questo Avvento non può che essere il ritorno di Gesù: il Messia e del suo tempo.

II comandamento

Il secondo comandamento è da sempre oggetto di scontri ideologici e dogmatici tra le varie denominazioni cristiane. Ci si sofferma molto sulla fenomenologia dell’idolatria, cioè sulle manifestazioni più evidenti e, forse, troppo poco sulla sostanza dell’idolatria. Molti di noi vedono l’idolatria esclusivamente come un peccato legata all’azione del prostrarsi davanti ad un idolo ma forse è un peccato che parte da molto prima, da un atto del pensiero. In questo post ne parleremo un po’.

L’idolatria come atto del pensiero o dell’azione?-

Secondo una delle tradizionali divisioni, i primi due comandamenti sono affermazioni che appartengono al campo del pensiero il terzo alla parola, il quarto e il quinto all’azione, poi si ribalta l’ordine nella seconda tavola in cui il 6° 7° 8° azione, 9° parola e 10° pensiero. Se è vera questa struttura, l’idolatria è prima di tutto un atto del pensiero, a prescindere dalla fenomenologia dell’idolatria che nella forma classica è il prostrarsi e adorare statue e immagini (che ovviamente è indiscutibilmente proibito). Il punto di partenza credo sia capire il pensiero dell’uomo davanti ad un idolo. Cosa significa inginocchiarsi davanti ad una statua o ad un immagine? Probabilmente significa attribuire ad essa una capacità di intervento e cambiamento della realtà e del progetto della vita che invece è insita nella realtà di Dio. L’uomo idolatra è l’uomo che nel pensiero ritiene di aver trovato una forza alternativa a quella del Creatore. Ma è solamente un’illusione.

La rivelazione nella Bibbia è una rivelazione dialogica dove di fatto la parola supplisce o testimonia la carenza di un immagine, in Deuteronomio si dice “..non avete visto niente avete udito una voce..” questo sentire una voce è la testimonianza della presenza di Dio, la stessa immagine è supplita dalla parola.

La fede rivelata è dialogo. La PAROLA e non l’immagine sono al centro del rapporto tra Dio e Uomo.

Da dove nasce il bisogno dell’idolatria?

A questo punto volendo andare fino in fondo al nostro discorso, dopo aver parlato di quale sia il pensiero di un uomo che si prostra davanti ad un idolo, dobbiamo capire come e perché quell’uomo sia giunto ad inginocchiarsi. E’ arrivato il momento di parlare della vicenda del vitello d’oro.

La caduta del ‘vitello d’oro’ fù un abisso (Es 30:11-34:35). Gl israeliti dovettero uccidere amici e parenti con le loro stesse mani. Fù un evento che condizionò irreversibilmente la storia del popolo di Israele e con esso dell’umanità intera.

Accadde che mentre Mosè si trovava sul Monte Sinai per ricevere le Tavole, il popolo di Israele, pensando che Mosè non sarebbe più tornato, si radunò contro Aronne e gli disse: “Vieni, faremo un dio che potremo vedere ed adorare, perché non sappiamo cosa è successo a Mosè”. Aronne ordinò loro di togliersi gli anelli d’oro e di portarglieli, cosa che il popolo fece. Aronne gettò l’oro in uno stampo e ne fece un vitello d’oro fuso, e disse: “Questo è il tuo dio, o Israele, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!” Quindi Aaronne eresse un altare annunciando: “Domani sarà la festa del Signore!” Il giorno seguente, il popolo offrì olocausti e sacrifici, mangiando e ballando. Proprio dopo che il popolo era stato salvato e liberato dalla schiavitù d’Egitto e proprio Aaronne, che aveva condiviso con il fratello Moshé la responsabilità di guidare il suo popolo e che sarebbe dovuto essere il Kohen Gadol/il Sommo Sacerdote, accettò di fare un idolo stimolando il popolo stesso all’idolatria. Nessuno si accorse dell’avvicinarsi di Moshè fintanto che egli non fù vicino, segno che ormai nessuno aspettava Moshè. E nel vedere il vitello e nel capire che anche prima di questo essi consideravano egli stesso un idolo ‘.. si adirò Moshè , e mandò dalle sue mani le Tavole’ (Es 32:19). Se avesse portato le Tavole, avrebbero sostituito il vitello con le Tavole e non si sarebbero distolti dal loro errore. Le seconde Tavole e i pezzi rotti delle prime Tavole saranno poi riposti dentro l’Arca dell’Alleanza, per ricordare che le prime che ‘erano opera di Dio’, sono rotte e le Tavole tagliate da Moshè, sono intere. Così accadde che, il giorno in cui il popolo avrebbe dovuto ricevere il dono della Legge sulle Tavole scritte dalla mano di Dio, perirono circa tremila uomini del popolo per mano di fratelli amici e parenti. Quello stesso giorno, tremila e cinquecento anni dopo, durante la festa di commemorazione del Dono delle Tavole della Legge (Atti 2:41), cioè la Pentecoste, circa tremila persone furono battezzate nel nome di Gesù il risorto dalla morte.

Una delle cose che emerge dalla vicenda del vitello d’oro è che il popolo credeva che Mosè non sarebbe tornato, cioè aveva perso la fiducia nella volontà di intervento da parte di Dio ed allo stesso tempo ne cercava un sostituto.

Se quindi l’idolatria non è solo un peccato legata al prostrarsi davanti ad un idolo, ma è prima ancora un atto del pensiero, allora il discorso diventa più ampio.

Un uomo avido di denaro ad esempio da che cosa è spinto in questa sua ossessione? Probabilmente egli non crede  nella capacità di intervento nel mondo da parte di Dio e ritiene che il denaro sia l’unica, o quantomeno la più vicina, realtà in grado di garantirgli le migliori cure in caso di necessità, la migliore istruzione per i suoi figli, la sua garanzia per una vecchiaia serena.

L’abisso del ‘vitello d’oro’ è emblatico del fatto che l’idolatria comincia con un gesto d’impazienza. Essa vuole afferrare immediatamente, avere sotto mano ininterrottamente la figura del proprio dio. Impazienza significa non dare tempo al tempo; rifiuto di lasciare all’altro lo spazio di cui ha bisogno per vivere, per essere. L’esperienza del Decalogo, e quindi della Bibbia, è quella della pazienza, che implica il ritrarsi, il dominio delle pulsioni e la fiducia nella volontà di intervento nel mondo da parte di Dio.

 

III Comandamento

La struttura della Creazione avviene attraverso la promulgazione della PAROLA, Dio crea attraverso questa, e ciò avviene attraverso degli atti estremamente chiari, cioè Dio crea attraverso degli ATTI DI SEPARAZIONE, separa la luce dalle tenebre, la terra dall’acqua il giorno dalla notte. Questa separazione avviene anche attraverso dei limiti, creando dei limiti cioè ogni cosa assume una sua identità una sua funzione ed una sua parte all’interno del Cosmo. Dio, attraverso la PAROLA, genera atti di separazione e crea dei limiti trasformando il caos in ordine.

Tuttavia l’uomo viene creato a sua immagine e somiglianza. Attraverso l’Uomo, Dio crea una sua peculiarità in cui si può rispecchiare e termina la Sua creazione con l’uomo dicendo che è cosa molto buona. Quindi nella creazione dell’uomo non c’è questo atto di separazione e non ci sono quindi questi limiti, dopo avere separato la materia organica e soprattutto inorganica, Dio attraverso l’uomo crea invece una possibilità di contatto con la sua creazione in quanto appunto l’uomo è a sua immagine e somiglianza. Il primo atto di limite che Dio dà all’uomo è nel giardino dell’Eden quando gli vieta di mangiare il frutto della conoscenza del BENE e del MALE ma non lo fa attraverso la parola come in passato ma attraverso un comando cioè in questo senso la PAROLA è diversa: comanda all’uomo di non mangiare dell’albero della conoscenza del BENE e del MALE perché se no sarebbe diventati come lui. Come sappiamo avviene che Adamo ed Eva mangiano il frutto proibito e l’ordine creato inizialmente da Dio viene completamente sovvertito e si torna al caos e alla maledizione. I limiti che Dio pone come comando nel giardino dell’Eden di separazione fra l’Uomo e la Divinità sono un fatto fondamentale nella Bibbia, e lo ritroviamo nel terzo comandamento cioè non pronunciare il nome di Dio invano potrebbe essere interpretato come un’ulteriore limite che Dio pone all’uomo cioè una separazione  tra la parte trascendente e quella immanente di Dio cioè tra Dio e l’uomo. Questa separazione è una delle condizioni indispensabili per avere un rapporto e un dialogo con Dio. Di fatto due Entità per entrare in comunicazione devono essere separate. Ogni qualvolta nella Bibbia l’uomo cerca di trasgredire questi suoi limiti si torna al caos, come nel caso della torre di Babele e tante altre occasioni di quando l’uomo non prende atto della sua identità si torna nel caos e questo è una delle possibili interpretazioni in chiave non rigorosa.

Solo i primi due comandamenti sono in prima persona. Perchè?

Davanti alla montagna infuocata, il popolo riteneva che il Santo Benedetto non avendo labbra non potesse parlare, invece, come spesso accade, ciò che riteniamo essere un limite si rivela essere una possibilità. “Il Signore pronunciò tutte queste parole dicendo…” , questa espressione, come ci spiega Rashì, sta a significare che tutti i comandamenti furono pronunciati dal Santo Benedetto in un unico istante con un unico suono, cosa impossibile se il Santo Benedetto avesse avuto labbra umane.

Tutto ciò che il Creatore voleva comunicare ad ogni uomo presente passato e futuro fù pronunciato sul Sinai, ogni profezia che i profeti avrebbero espresso, ogni racconto, ogni Legge e ogni spiegazione fu pronunciata in quell’istante.

Successivamente Dio iniziò a ripetere i primi due ma il popolo ne fù atterrito e spaventato e temendo di non potere sopportare a lungo la Santità della voce di Dio, chiese a Mosè di intervenire e promulgare i rimanenti otto con la sua voce.

Questo è il motivo per cui i comandamenti dal terzo in poi sono scritti in terza persona.

Abbiamo quindi udito direttamente da Dio i comandamenti che riguardano l’esistenza di Dio e il culto dell’idolatria, che sono quindi permeati nelle nostre cellule e che non sono in qualche modo realtà o verità raggiungibili attraverso la logica attraverso la filosofia attraverso il ragionamento. Questo è il motivo per cui l’esistenza del Santo Benedetto e il culto degli dei degli altri non sono una questione di fede ma un elemento della storia. Il fatto che Dio abbia parlato e che il popolo abbia udito vuol dire che la prova storica dell’esistenza di Dio la abbiamo avuta in modo diretto, empirico.

 

IV Comandamento

Le religioni sono spesso dominate dalla nozione che anche la divinità, come l’Uomo, risieda nello spazio in località quali montagne, foreste o alberi; il sacro viene associato allo spazio e alla domanda: Dov’è Dio? Spesso nella nostra mente siamo propensi a collocarlo nello SPAZIO cioè nel cielo piuttosto che nell’universo. Il problema è che forse siamo dominati dallo SPAZIO. Noi consumiamo TEMPO per guadagnare SPAZIO. Costruire case, trasportare passegeri e merci, accrescere il nostro potere sullo spazio è il nostro obiettivo. Tuttavia avere di più non significa essere di più: il potere che noi conseguiamo sullo SPAZIO termina bruscamente alla fine dei nostri giorni. Il TEMPO è il cuore dell’esistenza. Il pericolo comincia quando acquistando potere sullo SPAZIO rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del TEMPO, ci vendiamo alla schiavitù delle cose, l’uomo diventa un utensile.

Il tempo per noi è un viscido mostro traditore che ruba momento per momento la nostra vita. Per non dover affrontare il TEMPO, noi cerchiamo rifugio nelle cose dello SPAZIO. Ma la verità è che l’uomo non può sottrarsi al TEMPO. Quanto più meditiamo, tanto più constatiamo che non possiamo conquistare il TEMPO attraverso lo SPAZIO. Possiamo dominare il TEMPO soltanto nel TEMPO.

TEMPO e SPAZIO sono tra loro correlati, non possiamo trascurare l’uno in favore dell’altro. E’ il momento che conferisce il signifiato alle cose.

LA Bibbia si interessa più al TEMPO che allo SPAZIO. Essa vede il mondo nella dimensione del TEMPO e dedica maggiore attenzione alle generazioni e agli eventi, piuttosto che ai paesi e alle cose. Per comprendere l’insegnamento della Bibbia dobbiamo accettarne la premessa che il TEMPO ha per la vita un significato almeno pari a quello dello SPAZIO. Mentre le divinità degli altri popoli erano associate a luoghi o a cose, il Dio di Israele è il Dio degli eventi: il Liberatore dalla schiavitù, il Rivelatore della Torà.

Secondo il libro di Genesi, il termine Qadosh cioè Santo viene usato per la prima volta alla fine della Creazione e viene utilizzato in riferimento al TEMPO: “E Dio benedisse il settimo giorno e lo Santificò”. A nessun oggetto nello SPAZIO viene attribuito il carattere della Santità. agli albori della storia vi era soltanto una santità nel mondo: la santità del TEMPO. Quando sul Sinai stava per essere prinunciata la parola di Dio, fu elevata un invocazione alla santità dell’uomo: “Voi sarete per me un popolo Santo”. Infine soltanto dopo il popolo cedette alla tentazione di adorare il vitello d’oro, fù ordinata l’erezione di un Tabernacolo e quindi la santità nello SPAZIO. In sintesi prima venne la santità del TEMPO, poi la santità dell’UOMO e infine la santità dello SPAZIO.

L’essenza del quarto comandamento è la celebrazione del TEMPO. Per sei giorni la settimana noi viviamo sotto la tirannia delle cose dello SPAZIO ma il SABATO dobbiamo essere in sintonia con la santità del TEMPO, siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno, a volgere lo sguardo dal risultato della creazione in favore del mistero di questa.

Prima l’Uomo o prima il Sabato?

Adamo fu posto nel giardino dell’Eden “per coltivarlo e custodirlo” (Gen. 2, 15). Il lavoro non è soltanto il destino dell’Uomo: esso ha una dignità divina. Ma, dopo aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza, egli fu condannato alla fatica, non soltanto al lavoro: “Nella fatica mangerai…tutti i giorni della tua vita” (Gen.3,17). Il lavoro è una benedizione, la fatica è la miseria dell’Uomo. Il Sabato è stato creato prima della caduta dell’Uomo e pertanto esso non può rappresentare una astensione dal lavoro inteso come ristoro dalla fatica. L’Uomo non è una bestia da soma e il Sabato non serve ad accrescere la sua efficienza sul lavoro. Tre atti caratterizzano il settimo giorno: “Egli riposò, benedisse e santificò il settimo giorno” (Gen. 2, 2-3). Alla proibizione del lavoro si aggiunge perciò la Benedizione della gioa e l’enfasi della Santità.

Gesù e il Sabato

Nei vangeli è citato un episodio sull’argomento, il fatto è così importante che viene raccontato da Matteo, Marco e Luca. Avvenne che un Sabato Gesù e i suoi discepoli stavano attraversando un campo e questi ultimi avendo fame colsero delle spighe per mangiarle. Alcuni farisei accusarono i discepoli di Gesù di non rispettare i precetti Sabattici. Gesù difese i discepoli citando l’episodio in cui re Davide mangiò i pani di proposizione che potevano mangiare solo i sacerdoti ed infine aggiunge: “ Il Sabato è per l’uomo, non l’uomo per il Sabato. Perciò il figlio dell’uomo è Signore anche del Sabato” (Mt. 12, 1-8; Mc. 2,23-28; Lc. 6,1-5).

Le osservazioni che possiamo fare sono diverse, per cominciare l’argomento non è se Gesù abbia infranto o meno i precetti legati al Sabato ma piuttosto se lo abbiano fatto i suoi discepoli, inoltre ad accusarlo non sono tutti i farisei ma solo alcuni (sintomo del fatto che secondo altri farisei l’azione compiuta non era una violazione del Sabato), ma sopratutto in questa occasione Gesù non parla di abolire il Sabato ma anzi si preoccupa di difendere i suoi discepoli dall’accusa di non rispettare i precetti sabbatici.

Un giorno lessi un libro di Pinchas Lapide che, riguardo all’avvenimento in questione, spiega che l’espressione “figlio dell’uomo” in questo caso non può riferirsi a Gesù, dal momento che nella disputa non si tratta né di azioni di Gesù né di azioni compiute da altri su suo ordine, ma semplicemente di un comportamento spontaneo dei suoi discepoli. Perciò il termine ebraico ben adam o in aramaico bar inash (il vangelo è scritto in greco ma i dialoghi si svolgevano in aramaico), va inteso come “ognuno” oppure “uno di noi”. Questa verità è confermata anche dall’avvenimento della guarigione del paralatico, nella quale Gesù dice: “Affinchè sappiate che il figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: Levati su – disse al paralitico – prendi il tuo letto e vattene a casa tua! E quello si alzò e andò a casa sua”. Dopo di che, nella frase conclusiva, si dice: “La folla, quando vide questo…rese gloria a Dio che aveva dato agli uomini tale potere” (Mt. 9,6-8). Non si dice “all’uomo” né al “figlio dell’uomo” ma puramente e semplcemente “agli uomini” al plurale quindi in definitiva a tutti i figli di Adamo.

In conclusione Gesù non solo non abolisce il Sabato ma lo rispetta, in questo senso abbiamo numerose conferme nei vangeli, volendone citare una potremmo ricordare Matteo 24, 20 in cui Gesù esorta i discepoli a pregare che la loro fuga non avvenga di Sabato o ancora in Luca 4, 32 troviamo scritto “Egli scese a Cafarnao, città della Galilea, e insegnava nei giorni di Sabato”.

Ma v’è di più. Il Sabato secondo l’Ebraismo è anticipazione del tempo Messianico della fine dei tempi o, come dicono i rabbini, riflesso del mondo a venire. In ebraico il mondo a venire è detto anche “Sabato universale”, poiché in esso saranno riposo concordia e pace nel senso di pace con Dio, tra gli uomini e nel cuore di ogni uomo. Pertanto Gesù, che noi cristiani riconosciamo essere il Messia di Israele, non avrebbe mai potuto andare contro un istituzione che parla di Lui, del Suo imminente ritorno e di un tempoormai alle porte.

In Conclusione

Credo che uno dei significati del quarto comandamento sia che il compito dell’Uomo è quello di conquistare lo SPAZIO e santificare il TEMPO. Per tutto l’arco della settimana siamo sollecitati a santificare la nostra vita impiegando le ore per la conquista dello SPAZIO. Nel giorno di shabbat ci è dato di partecipare alla santità che è nel cuore del TEMPO.

Il giorno di shabbat è il giorno del rinnovamento della nostra percezione delle cose, dell’apprendimento dei legami etici rinnovati tra gli uomini, un riapprendimento dell’amore e del dialogo. Shabbat è rifiutare l’assurdità del mondo. Non siamo «gettati nel mondo», nel non-senso e nella «cura»,  né possiamo abbandonarci alla facilità dell’esistenza e al nichilismo.

Lo shabbat implica, al contrario, la dimensione dell’«avanti», del «davanti a me», della proiezione verso il futuro del mio essere, della forza interiore che ho dentro, del mio «laggiù» interiore. La possibilità che vi sia un al di là dal presente e da me stesso, questa dimensione, altro non è che quella del Messia e di un tempo messianico. «Ricordati dello shabbat!», è un’ingiunzione a vivere messianicamente, a tendere verso il futuro. Esistere significa vivere attivamente e non appiattirsi sulla passività della facilità dell’essere.

«Scegli la vita», questo è il comando della Torah (nel capitolo 30 del Deuteronomio). Lo Shabbat è il desiderio e la possibilità di costruirsi in vista del futuro, di entrare in una dinamica che sappia creare il senso della mia esistenza futura.

Come scrive Abraham Heschel: “l’eternità esprime un giorno”.

V Comandamento

Salivano il sentiero del monte Moria, l’uno portando un PESO di legna sulle spalle e l’altro portando un PESO sul cuore per ciò che di lì a poco sarebbe accaduto: sacrificare Isacco l’unico figlio. Poco prima il Signore aveva chiamato Abramo e lui aveva risposto Hinnèni cioè eccomi, come aveva già risposto la prima volta quando lasciò la sua terra, stavolta però la richiesta è scioccante: “Prendi, su, tuo figlio (et binkhà) il tuo unico (et iehidkhà) che hai amato, Isacco, e vai, vattene verso…”. Abramo obbedisce, egli sa che nulla è in possesso dell’uomo ma tutto è un prestito del Santo Benedetto.

Isacco è nel pieno dei suoi migliori anni, Abramo è anziano. Eppure Isacco si fa legare o si lega egli stessa, mansueto si fa umiliare con una legatura umiliante, una legatura fisica che diventa legame di obbedienza. Akàd è il termine utilizzato nelle scritture per indicare la legatura di Isacco e questa parola compare solo una volta in tutta la Bibbia, solo in questo passo. Abramo brandisce il coltello per macellare (è proprio questo il verbo usato: shòhet cioè macellare) il proprio figlio che è legato sopra i ceppi di legno, mansueto sopra un altare di pietra, e il Signore dice di fermarsi perché “adesso ho conosciuto” (solo adesso? Fin dove arriva, quindi, la conoscenza di Dio della sua creatura?).

Ciò che invece non compare in questo passo è la slegatura Isacco.

Isacco è figura opposta ma simmetrica di Gesù. L’uno in cima al monte Moria l’altro in cima al Golgota, l’uno rannicchiato sopra dei ceppi l’altro inchiodato a braccia aperte, uno sfiora la morte, l’altro la sconfigge. In entrambi i casi non sappiamo della loro slegatura ma ritroviamo il primo a scendere con le sue gambe dal monte Moira con un sorriso profetizzato nel suo nome Isacco cioè risata, l’altro risuscitato in nuovo corpo che adempie la profezia nel suo nome Gesù cioè Dio Salva. La slegatura, in entrambi i casi, è opera segreta tra padre e figlio, scritto tra spazi bianchi delle righe. Il comune denominatore è il legame di onore e di rispetto tra Padre e Figlio.

Come abbiamo detto il verbo Kabed, che troviamo nel quinto comandamento, significa ‘dare PESO’, non è quindi detto di amare, ma di rispettare e onorare i genitori. E’ infatti evidente che non si può imporre di amare, specialmente nei casi in cui i genitori non si sono comportanti durante il corso della vita, verso i propri figli come avrebbero dovuto. Ma l’onore e il rispetto che dobbiamo, le cure che dovute ai nostri genitori esulano da quello che può essere stato il genitore.Un obbligo di amare?

In ebraico, la parola ‘leggero’, contrario di ‘pesante’, si dice qal, vicinissima al termine qalal cioè ‘maledire’. Maledire qualcuno significa non dargli sufficientemente peso, alleggerirlo. Dare peso, riconoscenza e gratitudine: in questo modo il figlio, maschio o femmina, offre la propria benedizione ai genitori.

Imparare il ringraziamento

L’onore e il rispetto reso ai genitori non è altro che la riconoscenza per il bene ricevuto da loro e in primo luogo per la vita che ci hanno donato e la cura con cui ci hanno fatto crescere. Il concetto di riconoscenza è al centro della tradizione biblica.

Lot fuggiva con le due figlie e la moglie da Sodoma e Gomorra (Gn 19). La curiosità spinse la moglie di Lot a violare il divieto di girarsi e guardando la distruzione delle città fù tramutata in una statua di sale.

Le figlie di Lot, nella convinzione che tutta l’umanità fosse stata sterminata, decisero di giacere con il padre e nacquero così due bambini che furono capostipiti di due popoli cioè i Moabiti e gli Ammoniti. Era accaduto però, prima dei fatti di Sodoma e Gomorra, che Lot fosse catturato dai quattro re e poi liberato dallo zio Abramo (Gn 14). Ma per questa liberazione Lot non mostrò alcuna particolare riconoscenza o gratitudine. Secondo i Maestri della tradizione ebraica questo principio di ingratitudine sarà trasmesso anche ai due popoli generati da Lot. Infatti quando Israele entrò nella Terra Promessa essi non gli andarono incontro con pane ed acqua ma assoldarono il profeta Balaam per maledirli. Per questo nel libro di Deuteronomio (23,4) è affermato che gli Ammoniti e i Moabiti non entreranno nell’Assemblea di Dio neanche alla decima generazione.

In questa ottica è sorprendente il fatto che i Moabiti, un popolo escluso che discende da un incesto tra Lot l’ingrato e le sue figlie, facciano parte della genealogia del Messia. Ciò è dovuto al fatto che Ruth è simbolo della gratitudine e della riconoscenza. Ruth è la donna del dono e della dedizione senza limiti, rivolgendosi a sua suocera Noemi dice: ‘dove andrai tu andrò anch’io, dove ti fermerai mi fermerò, il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio, dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta’.

Conclusione

Dai peso a tua padre e a tua madre, dai peso uguale ad entrambi e spingi il carico sulle spalle fino alla sommità raggiunta da Isacco, un altura che è un luogo di incontro in cui sale l’Uomo e scende Dio, fai questo in modo che ‘si allungheranno i giorni’ (questo è l’unico comandamento nel quale si parla di ricompensa). Ogni singolo giorno si prolungherà perché varrà di più. Tu peserai sopra la terra secondo il peso che avrai dato ai tuoi. E quando moriranno continuerai a dar peso nominandoli nel ricordo. Così vedrai i tuoi giorni distendersi, come Isacco che in grazia della sua obbedienza ha avuto in dote l’amore di Rebecca e lunga vita.

Il riconoscimento dei genitori incoraggia il riconoscimento di Dio, così come la gratitudine verso i genitori alimenta la gratitudine per la bontà che Dio conferisce all’uomo.

 

VI Comandamento

Quando nacque Caino sua madre Eva disse <<ho acquistato un uomo con Dio>> (Gn 4,1), quando nacque Abele non disse nulla. La nascita di Caino è descritta secondo il normale svolgimento di ogni gestazione cioè concepimento, gravidanza e parto. Invece Abele è soltanto il fratello del primogenito, non sembra avere un’esistenza propria. Eva spiega che il nome dato a Caino significa ‘ho acquistato’ dall’ebraico ‘caniti’ da cui Caino, per Abele nulla. Non lo si sente neanche vivere nel racconto biblico. Prima ancora di Caino, forse, è la madre ad uccidere Abele facendone di lui un NULLA e di Caino un TUTTO, stabilendo così da subito una convivenza impossibile.

Nella lingua ebraica tutto ciò che ruota attorno alla parola Abele è legato al ‘nulla’. Abele, in ebraico Havèl, vuol dire ‘non, vapore, condensa’.
Il testo continua raccontando che Abele divenne pastore mentre Caino agricoltore ed un giorno quest’ultimo portò in offerta a Dio alcuni doni della terra mentre Abele portò i primi nati delle sue greggi. Dio apprezzò l’offerta di Abele e non quella di Caino. <<Caino disse ad Abele, suo fratello “…”. Si trovavano nel campo. Caino si è levato verso Abele e l’ha ucciso>> questo fù il primo omicidio del mondo. Secondo il testo Caino disse ad Abele: ‘nulla’ cioè non gli rivolse parola oppure pronunciò il suo nome che vuol dire ‘nulla’, questa è l’origine e la sostanza del primo omicidio della storia del mondo: l’assenza della PAROLA, il NULLA in luogo del dialogo. L’incapacità di comunicare è l’origine della violenza.

L’IO SONO E I DIECI COMANDAMENTI

Siamo nella seconda tavola dei Dieci Comandamenti, quella che regola i rapporti orizzontali tra le persone. Secondo la tradizione le due tavole vanno lette accostandole, in quanto i comandamenti sono in relazione a due a due e si spiegano reciprocamente, quindi il primo e il sesto e così fino al quinto con il decimo.
Se ciò è vero il “non uccidere” viene collegato con “l’IO SONO” del primo dei dieci comandamenti. Ciò perché l’omicida dimentica l’identità della singola persona, l’IO SONO di questa, e la considera generalizzata, spersonalizzata. I nazisti attribuivano ai detenuti dei campi di concentramento un numero che identificava la persona e al contempo ne cancellava il nome, l’identità. Ma ogni uomo ha scritto sul proprio viso la sua unicità ed in questa racchiude l’insieme dell’umanità.
Ogni essere umano, quale che sia il colore, la religione o la nazionalità, discende dallo stesso uomo, ma al contempo è unico. Unicità e uguaglianza: il razzismo è impensabile.
L’IO SONO non può esistere senza il TU, l’uomo non esiste che in rapporto all’altro, sono due entità inseparabili pur restando separate. Ma questa separazione deve essere colmata dalla PAROLA altrimenti si cade nella violenza.

EQUILIBRIO TRA CIELO E TERRA

Il mondo Trascendente, legato alle cose celesti, sta in alto, quello Immanente, legato a cose terrene, in basso. Tra questi due mondi vi è uno spazio che deve essere colmato affinché vi sia una relazione tra le due entità.

In alcune religioni e filosofie l’uomo deve cercare di elevarsi un poco per volta verso il Trascendente in una contemplazione liturgica e mistica credendo che nel momento della morte l’uomo possa raggiungere uno stato dove tutto sarà riparato, i poveri saranno ricchi, i malati saranno guariti e così via. Questa filosofia della consolazione annulla l’importanza della vita terrena e la soggettività dell’uomo affermando che la verità è altrove e che noi siamo parte della vita celeste. Questo modo di vivere la Trascendenza porta all’omicidio dell’individuo perché lo fa ritenere essere già parte di un grande Tutto.

In senso contrario esistono filosofie quali quella di Nitzsche che sopprimono il mondo della Trascendenza affermando che Dio è morto oppure che Dio è la natura e quindi esisterebbe solo il mondo concreto.

Ma la verità, secondo Emmanuel Lèvinas, consiste nel mantenere le due realtà, e più ancora, nel mantenere l’intervallo cioè la separazione, la tensione. Occorre rifiutare di celebrare unicamente il Trascendente o l’Immanente, è necessario mantenere lo spazio e la separazione tra questi due mondi. Tale distanza però, può e deve essere colmata con la PAROLA.

Che cosa significa ‘parlare’? Mantenere una giusta distanza tra chi parla e il suo altro, se questa distanza è eccessiva non ci può essere un autentico dialogo e si cade nell’indifferenza, al contrario se questa distanza è minima o addirittura viene soppressa allora viene eliminata la differenza e l’uno finisce per assorbire l’altro.

Occorre trovare la giusta distanza, quella che Emmanuel Lèvinas ha chiamato PROSSIMITA’.

Conclusioni

Probabilmente l’essenza dell’uomo è la PAROLA, e questa lo distingue da qualunque altra opera del Creato. Il nazismo è nato all’interno di una concezione che vede nell’altro nulla più che un CORPO, l’uomo cioè riposa nell’idea biologica della razza, gli esseri umani sono solo corpi, solo carne. E’ qui che interviene il sesto comandamento che si erge a baluardo dell”IO SONO”, degli uomini indipendentemente da chi siano questi, ciò che importa è che ciascuno interpreti chi è, che si racconti come uomo e che abbia il suo modo di essere uomo.

A questo punto, inevitabilmente vengono alla mente le parole dell’Evangelista Giovanni che esordisce nel suo racconto evangelico dicendo:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. 2 Essa era nel principio con Dio. 3 Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. 4 In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. 5 La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.” Poi ancora14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.”

VII Comandamento

Sette è un numero speciale, impegnativo. In ebraico shiv’ah (= “sette”) e shevu’ah (= “giuramento, patto”) hanno la stessa radice, probabilmente il settimo è un comandamento molto più complesso di quello che può apparire ad una lettura superficiale.

Normalmente si è portati ad associare il settimo comandamento cioè: “non commettere adulterio” ad un problema di relazione, di amore, di passione, e lo si giudica secondo il registro dell’infedeltà. Insomma, se ne fa un problema morale. Forse però non è questo il vero focus del comandamento. Secondo il diritto ebraico, sorprendentemente, l’adulterio ha luogo soltanto se l’altra donna è sposata, cioè concerne esclusivamente la relazione di un uomo, sposato o meno, con una donna sposata. Ovviamente con questo non vogliamo avallare in alcun modo promiscuita o disordini sessuali, infatti è giusto ricordare che la Bibbia tratta la sfera sessuale dell’Uomo in molti altri passi ed in modo molto più approfondito, ma il settimo comandamento, se diamo per buona l’interpretazione ebraica, fa riferimento solo ed esclusivamente al divieto dei rapporti con una donna sposata. Perchè?

I comandamenti si ripartiscono su due tavole, cinque per ciascuna, che si corrispondono a due a due. In generale i primi cinque esprimono il rapporto tra Dio e Uomo, i restanti tra uomo e uomo. Nella prima tavola il Nome di Dio è dominante, nella seconda assente. In tal senso questo comandamento è collegato con il divieto di adorare gli dei degli altri. Il verbo usato per indicare l’adulterio di donna e di Divinità è lo stesso: Tinàf.

Non è un caso che molte volte i Profeti di Israele si servono dell’immagine della donna adultera per descrivere il “tradimento” operato dal popolo d’Israele che ha abbandonato il Suo Dio per seguire divinità aliene. Ne sono testimonianza il terzo capitolo di Geremia e di Osea. Il rapporto con Dio è concepito come un rapporto coniugale, di fedeltà esclusiva. Dio lo Sposo (Ish) e Israele la sposa (Ishah) si cercano, si scoprono si uniscono, si perdono si ritrovno attraverso l’infanzia, la pubertà, i fidanzamenti, gli sposalizi, i dovorzi, le vedovanze e i nuovi incontri. Il potere di risollevarsi è inesauribile. Se la moglie adultera non può più essere ripresa dal marito, Dio è disposto a riavviare il rapporto con Israele in qualsiasi momento purché ci sia Teshuvah.

Se è vero che l’idolatria è legata all’adulterio è però anche vero il processo inverso. L’adulterio è veicolo di idolatria, con tutte le tragiche conseguenze del caso. Quando i Moabiti vogliono stornare da sè il pericolo della conquista israelitica, mettono a disposizione degli Ebrei nel deserto le loro donne, le quali li attraggono al culto orgiastico del Belfagor (Num. 25, 1). Simbolo di spregiudicata dissolutezza e quindi di dissoluzione.

IL MONDO CHE VIENE VERSO DI ME

Nel testo del Levitico al capitolo 18 si parla delle relazioni sessuali proibite e troviamo questa affermazione solenne: “Io sono l’Eterno vostro Dio. Quello che si fa nel paese d’Egitto in cui avete abitato, voi non lo farete. E quello che si fa nel paese di Canaan verso il quale andate, non lo farete” Questo discorso è stato pronunciato nel deserto tra l’Egitto e Canaan. Quindi, non ci si deve comportare come gli abitanti di questi due paesi: “Non seguirete le loro leggi sociali. Adempirete alle Mie. Voi adempirete e osserverete i Miei rituali privati. Io sono il Tetagramma, vostro Dio. Rispetterete le Mie leggi sociali e conserverete i Miei rituali privati; l’uomo vi edempirà e vivrà in essi: Io sono il Tetagramma”. E’ inaspettata e sorprendente la formulazione “…e vivrà in essi”. Veniamo trasporati nel futuro. Secondo Rashì si può interpretare: “vivrà nel mondo futuro”, letteralmente l’ebraico dice olam habà, un espressione che bisognerebbe tradurre con il “mondo che viene”, “il mondo che sta per venire”: riguarda la capacità che ogni singolo ha di iscriversi nella storia che sta per realizzarsi. “Il mondo futuro”, in questo passo, è il mondo che viene verso di me, il mondo che sta avvenendo. Ciò vuol dire che non dobbiamo seguire gli insegnamenti Divini e poi, eventualmente, vivere, ma piuttosto comprendere che questi insegnamenti propongono un principio di vita che si colloca sin dall’inizio nell’ordine della trasmissione e della filiazione. Vivere vuol dire trasmettere vita, il che va molto oltre il problema biologico: vuol dire trasmettere principi sociali, vuol dire che coloro che verranno dopo saranno anch’essi capaci di dare un senso al mondo, rivestendolo di significati.

UNA RIVOLUZIONE SENZA CAMBIAMENTO

Nei vangeli l’argomento dell’adulterio è trattato in diversi passi. In Matteo al capitolo 5,27-28 Gesù disse: “«Voi avete udito che fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”. Ma in  un altra occasione invece troviamo Gesù (Giovanni al capitolo 8),  chino sulla polvere a scrivere e con pochi gesti e parole cambia la condanna di un adultera. La cosa sorprendente è che se da un lato Gesù dà un interpretazione ancora più rigida del settimo comandamento, slegandolo dall’azione e imputandolo al pensiero, dall’altro si preoccupa di intervenire in una condanna a morte per adulterio. Quindi da una parte estremizza ma dall’altra allevia la punizione.

Ma v’è di più, se scorriamo il dito a ritroso nel capitolo 5 di Matteo, arriviamo al versetto 17  in cui Gesù nel modo più chiaro possibile afferma: “17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto”.

Siamo di fronte ad un paradosso, una rivoluzione senza un cambiamento. Da una parte la Legge è confermata ed anzi portata all’estrema interpretazione ma dall’altra Gesù stesso si preoccupa di intervenire durante l’esecuzione di una condanna alleviandone la pena.

La soluzione, probabilmente, potrebbe essere nel capitolo 8 di Giovanni dove, come abbiamo già detto, troviamo Gesù a scrivere sulla polvere del suolo. Non sappiamo cosa abbia scritto (sappiamo solo quello che ha detto), Matteo non sà o non si preoccupa di farcelo sapere, forse vuole che ci concentriamo sul gesto. Perché scrive sulla sabbia? Sappiamo che di Sabato è proibita la scrittura a meno che non sia fatta su polvere o sabbia, ma quel giorno non poteva essere Sabato, infatti non si eseguono condanne di Shabbat. Eppure quel gesto di scrivere sulla polvere forse è la chiave, forse racchiude il messaggio. Probabilmente Gesù, con quel gesto, stava evocando un tempo futuro in cui anche quel giorno sarebbe stato Sabato perché ogni giorno sarà Shabbat e quel tempo non può essere altro che il Suo cioè l’era Messianica che gli ebrei chiamano anche: “Sabato universale”, poiché in esso saranno riposo concordia e pace nel senso di pace con Dio, tra gli uomini e nel cuore di ogni uomo.

Quel gesto di scrivere sulla sabbia è una scheggia di eternità, ci parla di un tempo che è ormai alle porte!

 

VIII Comandamento

L’ottavo comandamento sembrerebbe semplice e di immediata comprensione, ma forse  ci sono un paio di riflessioni da fare. Esso recita seccamente: “non ruberai”, è formulato in modo generico senza menzione di nessun oggetto preciso, molti di noi danno per scontato che l’argomento sia la preservazione della proprietà e dei beni materiali ma forse non è proprio così…

COSA E’ PROIBITO RUBARE?

Troviamo questo comandamento tra il divieto dell’omicidio, dell’adulterio e della falsa testimonianza, che rientrano nella sfera dei diritti personali. Questo comandamento sembrerebbe fuori luogo in quanto non si occupa dei diritti personali. Un’altra osservazione che si potrebbe fare è che il Decalogo proibisce solo i crimini più gravi contro l’Alleanza, castigandoli con l’esclusione dalla comunità, ma Israele non incluse mai nella sua legislazione sanzioni così dure a difesa dei beni materiali. La persona umana era ai suoi occhi troppo sacra per sacrificarla per proteggere beni esterni. Inoltre bisogna considerare che nel Pentateuco troviamo poche disposizioni legali a proposito del furto di animali (Es 21,37), del furto con scasso (Es 22,1-3), dell’appropriazione indebita di un oggetto perduto (Es 22,8), del furto di una cosa affidata in deposito (Es 22,9-12) e a proposito della riparazione dei danni. In Israele, tutto ciò che si riferiva alla vita o la libertà dell’uomo, si castigava molto severamente, mentre il danno causato ai beni esteriori si reprimeva più leggermente, s’imponeva solo la pena di restituzione, a cui si soleva aggiungere una multa piuttosto leggera (a differenza ad esempio dei codici babilonesi vari casi di furto implicavano la pena di morte). Se questo è vero allora quale sarebbe l’oggetto del furto a cui si riferisce questo comandamento?

Secondo la tradizione ebraica, l’ottavo comandamento non proibisce il furto in generale, ma il rapimento di un uomo libero, fatto soprattutto in vista di venderlo come schiavo. È il caso di Giuseppe, venduto dai suoi fratelli: «Perché io sono stato portato via ingiustamente dalla terra degli Ebrei», disse Giuseppe al Faraone (Gen 40,15). Ciò che si protegge in questo comandamento è il diritto dell’uomo alla libera disposizione di se stesso. La libertà, come la vita, costituiva un bene sacro.

Ammettendo questa interpretazione, l’ottavo comandamento non appare più fuori posto in quanto avrebbe per oggetto un diritto della persona. I’ottavo comandamento aveva dunque nella sua origine un oggetto ben definito. Proteggeva e garantiva la libertà dell’uomo e proibiva la sua riduzione allo stato di schiavo. E così anche il legame che lo unisce al prologo storico, appare molto più chiaramente. Siccome Israele è stato liberato dalla schiavitù dell’Egitto, non deve rapire nessuno di questi liberati per fare di lui uno schiavo. Rapendo uno dei suoi fratelli, l’israelita contraddice il gesto liberatore del Signore e compromette la stabilità della comunità intera composta, nella sua origine, solo da “uomini d’Israele”.

CORPO O ANIMA?

Il grande Rashì si spinge oltre egli sostiene che l’oggetto di questo comandamento sia l’anima. Per capire quanto sostiene Rashì dobbiamo però considerare che secondo il Midrash ci sono cinque livelli di anima, il primo è il nefesh ed è questo l’oggetto della proibizione del comandamento. Questo livello di anima è il corpo aperto verso l’esterno, che comunica e riceve. Al primo livello l’anima è la finestra sul mondo ossia il nostro modo di ascoltare di guardare, di odorare e di parlare. Quindi “tu non ruberai l’anima di qualcuno” significa “tu non ruberai ciò che costituisce la maniera di parlare di ascoltare e di guardare e di odorare di qualcun altro”. La soggettività di molte persone è imprigionate in ciò che le circonda: non dicono non vedono non sentono e non odorano diversamente da quanto imposto dal conformismo sociale. Il loro giudizio è copia di quello della massa. Rubare un anima è rubare un esistenza non consentendole di essere se stessa.

LIMITE E MOVIMENTO

A questo punto del nostro viaggio attarverso il Decalogo penso sia arrivato il momento di fare un breve cenno ai precetti negativi e positivi. Complessivamente il pentateuco contiene 613 comandi (mitzvot) dei quali 248 sono comandamenti positivi, obblighi e 365 sono comandamenti negativi, divieti: i precetti positivi obbligano a compiere una determinata azione; quelli negativi vietano di fare una determinata azione. Il numero di questi precetti è sicuramente carico di significati simbolici, infatti come insegna la tradizione Rabbinica, 248 era considerato il numero delle ossa del corpo umano e 365 sono notoriamente i giorni dell’anno (come anche il numero dei legamenti che collegano tra loro le ossa); attraverso questi numeri la Bibbia insegna che con le nostre 248 singole ossa dobbiamo compiere le 248 azioni prescritte e che ogni giorno dell’anno dobbiamo impegnarci a non violare i 365 precetti negativi.

L’ottavo è uno dei 365 comadamenti negativi. La negazione si esprime in ebraico con la parola lo che indica sia un limite che una direzione, infatti se si invertono le lettere di lo, ossia lamed e alef si ottiene el che significa ‘direzione’ ma anche ‘Dio’. Infatti la percezione che l’uomo ha di Dio è al contempo limitazione e movimento. Movimento verso l’alto perché esiste in noi l’impulso di trascendere di andare verso l’alto. Limitazione in quanto non tutto è permesso, non tutte le cose sono eguali. Vivremmo nel caos se non ci fossero limiti. La Creazione si tiene insieme perché racchiusa all’interno di limiti. I limiti dell’uomo sono nello spazio che deve lasciare agli altri per poter vivere.

Secondo Rabbi Itzhaq Luria, il mondo non è stato creato ex nihilo cioè dal nulla. All’inizio esisteva una realtà assoluta che riempiva tutto, l’Essere di Dio. Non era il Nulla ad esistere ma il Tutto. Non c’era posto per nient’altra neanche per il mondo. Poi accadde che la ‘Luce Superiore Infinita’ si è contratta, Dio ha lasciato un vuoto, uno spazio in cui ha potuto essere la Creazione. Vi è equilibrio di tensioni per mantenere lo spazio vitale per l’universo. Questa forza è Shaddai/Basta uno dei nomi di Dio, Egli è Colui che dice basta ed impedisce all’infinito di riempire il vuoto. I limiti sono essenziali per mantenere l’esistenza dell’universo, l’uomo come l’universo ha dei limiti da rispettare.

 

IX Comandamento

“Il SIGNORE disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?» Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4,9). Questa fù la risposta di Caino alla domanda su dove fosse suo fratello. Caino nega di sapere dove sia suo fratello. Per noi non è possibile una tale risposta, noi dobbiamo poter rispondere di lui. Noi siamo custodi di nostro fratello e del nostro prossimo. Il suo futuro ci è affidato e dipende dalla nostra TESTIMONIANZA.

Saremmo portati a credere che il nono comandamento sia un divieto generale contro le menzogne e che riguardi il singolo individuo. In realtà, secondo la tradizione rabbinica è qualcosa di più specifico, l’argomento è il legame con il futuro e con il nostro prossimo. Di fronte al nono comandamento ognuno di noi è obbligato a rispondere del proprio prossimo attraverso la propria testimonianza; è stabilita la responsabilità nei confronti degli altri. Gli uomini ai piedi del Sinai, generazioni presenti, passate e future, udendo questo comandamento divennero legati gli uni agli altri. Ognuno divenne responsabile, con la propria TESTIMONIANZA, della persona di fianco. Ognuno divenne cellula di un unico organismo.

UN CASO DI FALSA TESTIMONIANZA

Così come l’assenza della PAROLA crea una violenza che uccide, come abbiamo visto nel sesto comandamento, l’abbondanza della PAROLA causa la medesima violenza. Basti pensare che perfino gli avversari di Gesù utilizzarono la falsa testimonianza contro di Lui ed ottennero una sentenza di condanna a morte. I vangeli raccontano che alcuni affermarono: “Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo Tempio fatto da mano d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo, oppure ancora: Posso distruggere il Tempio di Elohim e ricostruirlo in tre giorni” (Mc 14, 55-58 Mt 26,61). Questa falsa testimonianza, come quella che il serpente pronuncia di fronte a Eva per tentarla, ha un fondo di verità. Riprende infatti, falsificandolo, un episodio durante il quale Gesù aveva condannato violentemente le pratiche simoniache che si svolgevano quotidianamente nel Tempio. Offeso dal vedere il Santuario consacrato al Signore trasformato in “una spelonca di ladri”, ne cacciò tutti i mercanti e i cambiavalute che avrebbero dovuto esercitare il loro commercio in altri luoghi.

L’episodio del Vangelo mostra l’intento degli accusatori di Gesù di utilizzare la PAROLA per intervenire nella realtà del mondo. Con la loro falsa TESTIMONIANZA avrebbero voluto spezzare un legame con il futuro.

La PAROLA non è soltanto linguaggio. Come abbiamo gia detto nel primo comandamento, la PAROLA, che l’uomo possiede, significa libertà di creare il mondo. Ma gli dà anche la capacità di distruggerlo. Non dobbiamo dimenticare che il mondo è stato creato dalla PAROLA. C’è forza di costruzione e di distruzione nella PAROLA. Il nono comandamento insiste sulla parola che fa soffrire, che produce una tale violenza sull’altro da renderlo incapace di un futuro.

TESTIMONANZA E LEGAME GENEALOGICO

Allorché non c’è la volontà di accompagnare il nostro prossimo nel suo futuro allora c’è falsa testimonianza. Con la menzogna si rende impossibile la costruzione di un futuro. La parola ebraica Kesher indica il tipo di legame genealogico, ma se ne invertiamo le lettere prende il significato di menzogna. La menzogna inverte il legame genealogico.

Il nono comandamento parla del collegamento con il futuro. Secondo l’ebraico la radice della parola TESTIMONE è la stessa della parola ETERNITA’. Il TESTIMONE quindi non è legato ad una memoria del passato, ma piuttosto rappresenta un collegamento con il futuro. Colui che rende falsa testimonianza, cioè il falso TESTIMONE, spezza un collegamento con il futuro.

Nella Bibbia la prima testimonianza si ha in Genesi 31,45. Giacobbe si ricongiunge con il suocero e decidono di prendere delle pietre per elevare un piccolo monte che testimonierà la loro alleanza. Per la prima volta appare la parola testimonianza/ed . Il piccolo monte testimonia un futuro riconciliato. Al femminile la parola ed significa invece comunità cioè edà, e una comunità altro non è che un insieme di persone che aspirano a costruire insieme un futuro, senza questa volontà di avvenire non c’è comunità. La testimonianza di Giacobbe consisteva in pietre radunate.

Ogni volta che la parola pietra interviene entra in gioco il concetto di legame genealogico. “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, …” (Mt 16,18-19) sarebbe stato detto secoli dopo.

CONCLUDENDO

Potremmo quindi dire che Gesù dicendo: “..mi sarete TESTIMONI a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8) forse ci stia chiedendo non di essere una memoria del passato, ma piuttosto un collegamento con il futuro. Infatti, se è vero quanto abbiamo detto allora nel concetto di TESTIMONIANZA è racchiuso anche l’idea della costruzione di un futuro comune e di un legame genealogico.

 

X Comandamento

 

Nel testo del decimo comandamento sembrerebbe esserci, a prima vista, uno spreco di parole.

Il comandamento inizia con “non desidererai…” menzionando, in primo luogo, la “casa”, poi ripete: “non desidererai la moglie…”, enumera quindi, diverse cose appartenenti al prossimo e finisce col concludere: “…nulla di ciò che appartiene al prossimo”. Ne potremmo dedurre quanto segue: poichè questo “nulla” include la casa, la moglie del prossimo e tutto il resto, apparirebbe superfluo dare tutte quelle precisazioni. Se il decimo comandamento fosse stato cosi formulato: “non desidererai nulla di ciò che appartiene al tuo prossimo” si sarebbe avuto un comandamento altrettanto conciso e netto di “non assassinerai” o “non ruberai”. Inoltre, dal momento che secondo la tradizione ebraica, “casa” significa sempre “moglie”, si poteva quindi fare a meno di includere quest’ultimo termine nell’elenco di ciò che non è da desiderarsi. Ma forse è proprio questa parola: “casa”, nominata per prima, ad aprire la strada verso ulteriori e inaspettati significati.

La vigna di Nabot

Maimonide dichiara: chi vuol capire cosa significa “non desiderare” legga il capitolo 21 del primo Libro dei Re. Se vogliamo seguire il consiglio troveremo che il capitolo in cui si parla della storia della vigna di Nabot. L’episodio si snoda in seguito allo scisma che, dopo il regno di Salomone, ha diviso in due il Regno: il Regno di Giuda al sud e quello di Israele al nord. Tra i vari re, tre sono quelli famosi per empietà: Geroboamo e Acab sul regno di Israele e Menasse sul regno di Giuda.

Nel racconto della vigna di Nabot, concupita da re Acab, è proprio l’ultimo comandamento ad essere trasgredito. La storia è questa:

1 In seguito avvenne il seguente episodio. Nabot di Izreèl possedeva una vigna vicino al palazzo di Acab re di Samaria. 2 Acab disse a Nabot: «Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un orto. In cambio ti darò una vigna migliore oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale». 3 Nabot rispose ad Acab: «Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri».
4 Acab se ne andò a casa amareggiato e sdegnato per le parole dettegli da Nabot di Izreèl, che aveva affermato: «Non ti cederò l’eredità dei miei padri». Si coricò sul letto, si girò verso la parete e non volle mangiare. 5 Entrò da lui la moglie Gezabele e gli domandò: «Perché mai il tuo spirito è tanto amareggiato e perché non vuoi mangiare?». 6 Le rispose: «Perché ho detto a Nabot di Izreèl: Cedimi la tua vigna per denaro o, se preferisci, te la cambierò con un’altra vigna ed egli mi ha risposto: Non cederò la mia vigna!». 7 Allora sua moglie Gezabele gli disse: «Tu ora eserciti il regno su Israele? Alzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la darò io la vigna di Nabot di Izreèl!».
8 Essa scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo, quindi le spedì agli anziani e ai capi, che abitavano nella città di Nabot. 9 Nelle lettere scrisse: «Bandite un digiuno e fate sedere Nabot in prima fila tra il popolo. 10 Di fronte a lui fate sedere due uomini iniqui, i quali l’accusino: Hai maledetto Dio e il re! Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia».

Questa storia finisce male. Nabot viene trascinato in giudizio ed ucciso. Jezabel va da Acab e gli comunica: “Ora hai la tua vigna…”, ma il profeta Elia interviene e gli dice: “hai assassinato, e ora prendi possesso! Così parla l’Eterno: nello stesso posto in cui i cani hanno leccato il sangue di Nabot, leccheranno anche il tuo…” e la profezia si realizza.

Il rapporto tra il decimo comandamento e questa storia sembrerebbe evidente: il desiderio, nella sua forma più negativa e in casi estremi, può portare ad assassinare! La storia sembrerebbe limpida. Ma troppi interrogativi restano sospesi. Vediamoli.

Acab ha già una vigna, ma la vuole scambiare a qualunque prezzo con quella di Nabot. Perché insiste così tanto per fare questo scambio? Perché vorrebbe trasformare la vigna  bramata in un orto? Anche la risposta di Nabot è strana, avrebbe semplicemente dovuto dire: “Non ti posso dare la mia vigna”, ma invece egli dice: “Mi guardi l’Eterno dal cederti l’eredità dei miei padri!”, perché?

L’unica cosa che appare, fin qui, evidente è che il problema non è la vigna.

Ma chi è in realtà questo re Acab? In ebraico questo nome significa letteralmente “padre-fratello”, questo perché secondo la tradizione ebraica il nome di Acab ne rivela il mancato rispetto della legge della genealogia. In altre parole egli è padre e fratello contemporaneamente – stiamo parlando di incesto-. A causa di questo peccato Acab ha pervertito la successione delle generazioni e si è reso incapace di trasmettere la PAROLA da una generazione all’altra. Inoltre leggendo bene il testo ci rendiamo conto che egli non vuole una nuova vigna, infatti egli dice: “cedimi la tua vigna perché io possa farne un orto” in ebraico “orto” non è un espressione qualsiasi ma è un termine che rimanda alle origini dell’uomo fin al giardino dell’Eden. Acab dice ancora: “è vicina alla mia casa”, nella nostra lingua questa informazione sembra irrilevante ma in ebraico suonerebbe così: “si trova vicino alla mia BET” ossia alla mia origine. Ecco il vero oggetto della concupiscenza di Acab! In sostanza è “l’eredità dei suoi padri” che egli brama. La vigna racchiude il legame genealogico che Acab ha sovvertito a causa del suo peccato di incesto. Il desiderio di Acab diventa brama, è un prurito che diventa artiglio e dirige gli eventi guidandoli alla catastrofe. Forse Acab è corroso dall’invidia o forse sente la necessità di sistemare la sua storia per poter andar incontro al suo avvenire.

In conclusione il comandamento sembrerebbe quindi esprimere la proibizione di bramare non solo la vita del nostro prossimo ma anche la sua origine, la sua storia e la sua eredità. In fondo se ci pensiamo la maggior parte delle persecuzioni contro Ebrei e Cristiani trovano la loro origine proprio nella brama di appropriarsi non solo dei beni materiali ma anche dell’eredità spirituale, basti pensare ad esempio alla follia nazista che da un lato pregava degli ebrei (Gesù, gli Apostoli, Maria…) e dall’altro ne pianificava la distruzione inventando accuse, predicando pregiudizi dai pulpiti e istigando alla violenza; desideravano la nostra Divinità o più probabilmente la nostra eredità spirituale e bruciavano i libri, le scuole e le case di preghiera per possederla. Ma in questo comandamento noi siamo tenuti a tenere a freno il morso del desiderio, a dominarlo. Noi dobbiamo saper ammirare senza voler togliere, dobbiamo saper governare quel sentimento che nasce dalla disparità.

UN INTERPRETAZIONE PENULTIMA…

Ovviamente questa, come anche quelle dei precedenti articoli dedicati ai comandamenti, è solo una delle interpretazioni possibili. Una volta un rabbino ha detto: “Non insegno dei pensieri, ma il desiderio di mettersi a pensare”, le nostre interpretazioni e le nostre risposte sono limitate, sono vincolate al tempo che viviamo, sono sempre penultime, mai definitive. Ma occorre continuare ad ascoltare la Parola, dare nuove interpretazioni, significati inediti, suscitare nuove emozioni, nuova meraviglia. Nelle Dieci Parole, nella Parola di Dio c’è la vita. Interpretare dice il nostro incessante stupore di fronte al miracolo della vita. Amare la vita significa porsi all’ascolto Parola di Dio con i suoi mille bagliori di luce, con la sua forza eterna in cui tradizione e rinnovamento aprono alle mille scintille di una lettura che ne mostra l’incessante freschezza.

EPILOGO

Alla fine di questo piccolo studio sui Dieci Comandamenti ho, inaspettatamente, trovato un comune denominatore a tutti i discorsi che abbiamo fatto: la Libertà.

Su cosa sia la Libertà di cui stiamo parlando, mi sono reso conto di aver già scritto abbastanza nei precedenti articoli e non ho voglia di ripetermi annoiando il lettore, adesso però vorrei fare una cosa più semplice cioè descriverne la forma. Se infatti è vero che è complesso definire la Libertà che Dio ci regala e di cui parlano i suoi Comandamenti e altrettanto vero che disegnarla è molto più semplice. Come racconta la Bibbia, la legge è stata donata divisa in due tavole di pietra. Cinque comandamenti su ogni tavola. La prima tavola regola i rapporti in verticali, cioè quelli tra Dio e l’Uomo, tra Creatore e Creatura. La seconda tavola regola invece i rapporti orizzontali tra gli uomini, tra le creature. Geometricamente è inevitabile che la verticale della prima tavola incontri l’orizzontale della seconda in uno e un solo punto. La figura che compongono queste due rette è la CROCE che è simbolo di incontro tra Dio e Uomo, che è possibilità per quest’ultimo. Sono convinto che se i dieci comandamenti avessero un’ombra questa sarebbe a forma di croce. Inoltre la prima parola dei Dieci Comandamenti è ‘Anochì’ cioè ‘Io’ (riferito a Dio) l’ultima è ‘lereachà’ cioè “per il tuo prossimo”, quasi a condensare che tutti i nostri doveri di esseri umani sono contenuti entro questi due confini; da una parte c’è Dio e dall’altra c’è il mio prossimo. E se io fuoriescono da questo territorio, non sono più in regola. Cioè, se dedico tutta la mia vita a Dio e mi disinteresso del mio prossimo, non sono in regola e ugualmente per il contrario. Quindi la mia vita deve essere in equilibrio tra questi due poli. Dunque la forma della Libertà è la CROCE e nel centro di questa, punto di incontro e di equilibrio tra il trascendente e l’immanente tra Dio e il nostro prossimo: Gesù, il Messia che sta per tornare.

 

Tratto da www.quarev.com - Fratello Dario

 

 

 

In Evidenza

Santità e Santificazione

Nel nostro cammino cristiano, evidentemente, ci sono cose più importanti e cose meno importanti che possiamo permetterci di trascurare o meno. Sicuramente, una delle cose che non possiamo permetterci di lasciarci indietro nel nostro percorso è la ricerca della santità. La santità, come termine in un comune dizionario, indica uno stato di perfetto distaccamento dal mondo. Il termine santo, infatti, significa “separato dal mondo”. La santità, per converso, è lo stato di separazione del mondo, (G37 – hagiazó Dizionario Strong). Se la santità dunque è uno stato di “arrivo”, una sorta di conclusione di un percorso, la santificazione è il processo che ci porta verso tale stato, (G38 – hagiasmos dizionario Strong). Il verso che ineluttabilmente crea e evidenzia l’importanza della ricerca della santificazione è riportato sotto:

Ebrei 12:14 - Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore;

Questo verso ci da parecchie informazioni, che devono servirci per comprendere davvero cosa lo Spirito Santo vuole comunicarci attraverso queste meravigliose parole dalle quali non possiamo prescindere, (II Timoteo 3:16).

Innanzitutto il verso esordisce con un verbo significativo, “impegnatevi”. L’Etimologia del termine greco utilizzato dall’Apostolo Paolo è G1377 – diókó che significa letteralmente “cercate con tutte le vostre forze come per vincere, per sopraffare la vostra preda”. Il verbo utilizzato in questa sede dunque ci esprime perfettamente lo stato mentale e l’atteggiamento del credente nei confronti del raggiungimento della santità: un comportamento attivo, e non blando, un atteggiamento di imposizione personale, ma non in maniera dimessa come di chi deve farlo e basta, ma come di chi ha amore a farlo sapendo che deve riuscirci. Sa che deve riuscirci perché se non sopraffarà la preda allora morirà di fame. Questo semplice verbo apre la porta a mille riflessioni e mille considerazioni. Devi combattere il buon combattimento, e devi combattere come chi ha amore alla vittoria e ha certezza di vittoria.

Naturalmente oltre alla santificazione Paolo mette in evidenza la ricerca, con la stesse veemenza, della pace. Con la differenza però che mentre la santificazione è conditio sine qua non per la salvezza, la pace invece no, tanto più che lo stare in pace dipende non soltanto da te ma da chi ti sta intorno, (Romani 12:18). Attenzione, però dunque che comunque la pace con tutti deve essere cercata come chi la vuole e la deve ottenere, mutatis mutandis. Stiamo dunque attenti che la nostra ricerca per la santificazione non divenga barriera che ci impedisca di vedere i limiti degli altri ed esercitare l’amore di Dio nei confronti di chi, essendo più debole di noi nella fede, fa fatica o si trova in una condizione di impossibilità a venire fuori da certe problematiche, (Galati 6:1). Molto spesso abbiamo visto mutare nel tempo la ricerca della santificazione in ricerca di isolamento perché non vediamo nessuno “migliore” di noi. E questa, amici miei, è una trappola molto pericolosa del demonio. Molto più del peccato stesso che stiamo cercando di abbattere nella nostra vita. Diventa lo stesso orgoglio di chi come Satana si vuole sedere al di sopra di Dio. Involontariamente noi cominciamo ad essere giudici e ogni gesto degenera in una radice di amaritudine e di giudizio dal quale non solo non riusciamo a fuggire ma dal quale NON desideriamo fuggire cambiandolo per un traguardo spirituale raggiunto.

Ebrei 12:15 - vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio; che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia e molti di voi ne siano contagiati;

Il nostro compito è anche quello di salvaguardare i nostri fratelli non di giudicarli. In questo senso bisogna che tutti stiamo molto attenti a come ci muoviamo. Della serie che meglio restare in silenzio molto spesso piuttosto che parlare per ferire.

Ritornando sui nostri passi, come il Libro di Ebrei ci informa, la santificazione è un passo fondamentale per la salvezza. Non possiamo prescindere da essa. Pietro, nel giorno della Pentecoste, a chi chiedeva su cosa fare per essere salvato, espresse in chiare lettere un messaggio che confrontato con il verso di Ebrei potrebbe risultare “impari”:

Atti 2:38E Pietro disse:Ravvedetevi tutti, e ciascuno di voi sia battezzato nelle acque nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei vostri peccati e voi riceverete il dono dello Spirito Santo”.

E dov’è la santificazione che Paolo dichiara necessaria? Sembra quasi che sia superflua, ma in realtà si trova dentro il verso di Atti 2:38.

Il ravvedimento, come termine tecnico utilizzato in questo verso, è G3340 - metanoeó, che significa letteralmente “cambiare la propria mente” “pensare in maniera diversa”. Quindi il ravvedimento vede il credente come parte attiva di questo processo di conversione, non parte passiva che “subisce” la conversione. Il ravvedimento, come è facilmente dimostrabile in tanti passi paralleli della scrittura, porta alla decisione di battezzarsi nelle acque, “per il perdono dai peccati”. L’essere vecchio muore in Cristo e risorge in una nuova vita in un nuovo atteggiamento mentale e di spirito. Ma l’uomo che esce dalle acque diventa santo avendo avuto perdonato i peccati? O lo diventa frustandosi mille volte al giorno? La Parola osserva che:

Geremia 17:9 - Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo? (confronta pure Salmo 14:2-3 e Romani 2:1-11).

E, giusto per togliere spazio ad ogni dubbio, il termine insanabilmente, viene a tradurre il vocabolo H605 - anash che vuole dire senza via di scampo o senza nessuna possibilità (umana, terrena).

Colui che è giusto nel senso che compie le opere di giustizia, per obbligazione, per costrizione o per forza se volete, non riesce a trattenersi dal peccato:

Proverbi 24:16 - Perciocchè il giusto cade sette volte, e si rileva; Ma gli empi ruinano nel male.

E ancora, se il giusto viene salvato a stento come finirà al peccatore? (I Petro 4:18).

Il cristiano che cade trova la salvezza perché “cerca”, “si impegna” nella ricerca della santificazione, proprio rialzandosi dalla sua caduta, (proverbi 24:16). Allora, ritornando indietro, nel verso di Atti 2:38. Lo Spirito Santo che viene ad albergare nel cuore di quell’uomo che pur essendo impegnato cade, lo aiuta a rialzarsi e lo fa andare avanti di fede in fede, di valore in valore, di giustizia in giustizia. Ma è un percorso, badiamo bene, e questo percorso è anche molto accidentato e NESSUNO, diciamo NESSUNO può essere esentato dall’errore:

Romani 7:24Misero me, chi mi tirerà fuori da questo corpo votato alla morte?

Romani 7:15 - Poiché io non riconosco ciò che io opero; perciocché, non ciò che io voglio quello fo, ma, ciò che io odio quello fo.

Concludendo questa prima parte, allora dobbiamo comprendere che per la pazzia della predicazione noi veniamo sollecitati dallo Spirito a cambiare mente ad aprire il cuore di pietra, (confronta Paolo che predica a Tiatiri, alla mercante Lidia). Ma nel momento in cui Dio cambia la nostra mente e ci fa vedere, possiamo o restare fermi sui nostri passi, comprendendo che stiamo facendo la cosa sbagliata ma non facendo nulla per cambiare il nostro stato, o correre a Dio ravvedendoci e facendo un patto nelle acque con lui. Ma la nostra garanzia non siamo noi stessi con la nostra natura fallace e caduca, perché CHI NON HA PECCATO SCAGLI LA PRIMA PIETRA, e mi sa che tutti dobbiamo rinunciare a scagliare, tanto più che davanti a Dio non c’è il peccato grande e quello piccolo ma il peccato:

Ezechiele 18:20 - La persona che pecca è quella che morirà, il figlio non pagherà per l'iniquità del padre, e il padre non pagherà per l'iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l'empietà dell'empio sarà sull'empio.

Con lo Spirito Santo che concilia e interpreta la Parola in noi, troviamo la forza e il coraggio di rialzarci e di andare avanti combattendo nel nome prezioso di Gesù Cristo.

Noi non siamo Santi perché lo siamo ipso facto, ma proprio per la dimora di Dio in noi attraverso il Suo Spirito, (I Corinzi 6:11).

Efesini 1:4Noi siamo stati eletti in Lui prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui nell'amore.

Ciascuno di noi può dunque, in piena sicurezza di fede e nella potenza dello Spirito, impadronirsi di tale rivelazione, una delle più gloriose di tutte: Cristo, mia santità. Non cerchiamo nulla al di fuori di lui, ma rallegriamoci di essere in lui, uno con lui e conseguentemente di tutto ciò che egli è in se stesso per noi! Quale glorioso privilegio è per i credenti, possedere la santità stessa di Cristo! Se noi accettiamo questo fatto per fede ne constateremo la realtà. Dobbiamo manifestare al mondo chi siamo portando il riflesso della sua luce, (Efesini 5:8).

Se realizziamo la santificazione, vi sarà nella nostra vita del frutto alla gloria del Signore, gioiremo della sua comunione ed Egli sarà visibile in noi. Laddove la santità pratica fa difetto, lo Spirito Santo è rattristato, la testimonianza del credente è compromessa, non vi è in lui nè gioia nè pace nè potenza. Un tale cristiano è carnale, perchè in lui agisce la carne e non lo Spirito; al posto d'essere un "uomo fatto", è un "bambino" che non sopporta il cibo solido (Ebrei 5:14; Ebrei 4:13; I Corinzi 3:1-3). Egli non "vede" Cristo, in quella visione attuale, privilegio di colui che "procaccia la santificazione". Come si ottiene la santificazione pratica? Sicuramente attraverso l’opera di Dio in noi: Dio stesso agisce in noi, mediante la sua grazia, per produrre la nostra identificazione progressiva con Cristo, perchè "Cristo sia formato in noi" (Galati 4:19). Quest'opera si compie quotidianamente e terminerà nel giorno di Cristo: "Avendo fiducia in questo: che Colui che ha cominciato in noi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù" (Filemone 1:8). È Dio che opera in noi il volere e l'operare, per la sua benevolenza (Filemone 2:13). Il credente può dunque porre tutta la sua fiducia in Dio e nella sua promessa di conservarlo irreprensibile - spirito, anima e corpo - fino al ritorno del Signore. "Fedele è Colui che vi chiama, ed Egli farà anche questo" (I Tessalonicesi 5:23-24).

E se noi ostacoliamo, per nostra disobbedienza, questa azione della grazia divina in noi, Dio deve ricorrere alla disciplina, per il nostro bene e affinché partecipiamo alla sua santità. Egli agisce allora verso noi come verso dei figli, "perchè qual è il figliuolo che il padre non corregga?". Questa disciplina è la espressione dell'amore di Dio per noi. "Il Signore corregge colui che egli ama e flagella ogni figliuolo che egli gradisce". Allorché essa ha lavorato in noi, "rende un pacifico frutto di giustizia", manifestata mediante la santificazione pratica. È per questo che siamo esortati a non disprezzare la disciplina del Signore e a non scoraggiarci nemmeno quando Egli ci riprende (Ebrei 12:4-11). Al contrario, noi possiamo benedire l'amore che ci educa, e domandare con Davide: "Investigami, o Dio, e conosci il mio cuore. Provami, e conosci i miei pensieri. E vedi se v'è in me qualche via iniqua, e guidami per la via eterna" (Salmo 139:23-24).

È per lo Spirito Santo che il credente fa morire gli atti del corpo (Romani 8:13), cioè le manifestazioni della carne che è in lui. Il suo corpo è il tempio dello Spirito Santo e non gli appartiene più, perché egli è stato riscattato a un gran prezzo: il sangue prezioso di Cristo. Egli deve dunque vegliare a non intralciare l'azione dello Spirito in lui, al fine di glorificare Dio nel suo corpo (I Corinzi 6:19-20).

E, infine, dobbiamo ricordarci che l’effetto della Parola entra nell’uomo che vi medita sopra, (Giosuè 1:8) e colui che si sottomette alla Parola e la osserva ama il Signore. "Perché la parola di Dio è vivente ed efficace, e più affilata di qualunque spada a due tagli, e penetra fino alla divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolle; e giudica i sentimenti e i pensieri del cuore" (Ebrei 4:12). Guardiamoci dal sottrarci al taglio di questa spada! Nella sua preghiera sacerdotale, il Signore Gesù chiede a Dio di santificare i suoi per mezzo della verità, e aggiunge: "La tua parola è verità" (Giovanni 17:17). "Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona" (II Timoteo 3:16-17).

Salmo 119:11Ho riposto la tua parola nel mio cuore per non peccare contro di te.

L'applicazione della santificazione

La santificazione s'applica a tutto ciò che noi siamo e a tutto ciò che facciamo.

a) Al nostro corpo

La Parola di Dio dichiara che il nostro corpo "è per il Signore". Esso è il tempio dello Spirito Santo; è per questo che noi dobbiamo glorificare Dio nel nostro corpo (I Corinzi 6:13,19,20). Il credente è esortato a "possedere il proprio corpo in santità ed onore, non dandosi a passioni di concupiscenza.. poichè Iddio ci ha chiamati non a impurità, ma a santificazione" (I Tessalonicesi 4:4-7). Noi abbiamo il prezioso privilegio di "presentare i nostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio", vale a dire di consacrarli interamente al Suo servizio (Romani 12:1; Romani 6:13,19).

b) Ai nostri pensieri

Dio esorta alla santificazione dell'uomo interiore: "Custodisci il tuo cuore più d'ogni altra cosa" (Proverbi 4:23-27). Davide proclama: "Ecco, tu ami la sincerità nell'interiore" (Salmo 51:6). L'apostolo Paolo invitava i Corinzi a purificarsi da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la loro santificazione nel timor di Dio (II Corinzi 7:1). La vita di Cristo in noi non saprà trovare la sua gloria laddove Cristo non troverà la sua. Lo Spirito di Cristo in noi, non può essere differente dallo Spirito che era in Cristo. "Chi si unisce al Signore è uno spirito solo con Lui" (I Corinzi 6:17).

c) Alle nostre parole

La santificazione delle nostre parole deriverà dalla santificazione dei nostri pensieri. Noi dobbiamo evitare tre scogli:

- le maldicenze (I Pietro 2:1);

- le espressioni fuori posto o sconvenienti (Efesini 4:29; Efesini 5:4);

- la menzogna, (Apocalisse 21:8).

La menzogna, di cui Satana è il padre, è incompatibile con la santità. "Non mentite gli uni agli altri" (Colossesi 3:9). "Gettando lungi da voi ogni frode" (I Pietro 2:1). La menzogna è il riflesso di una falsità interiore che Dio ha in orrore, perchè Egli vuole la verità nell'uomo interiore (Salmo 51:6).

d) Al nostro cammino

II credente è chiamato a manifestare la santità in tutto il suo cammino, secondo il modello perfetto che il Signore ci ha lasciato. "Chi dice di dimorare in Lui, deve, nel modo ch'Egli camminò, camminare anch'esso" (I Giovanni 2:6). Tutto ciò che è indegno di Cristo, si è detto, è indegno di un cristiano. Questa santità sarà caratterizzata dalla luce in tutto il nostro comportamento. "Voi siete luce nel Signore. Conducetevi come figliuoli di luce.. esaminando che cosa sia accetto al Signore" (Efesini 5:8-10).

Il mondo è il dominio di Satana, suo capo (Giovanni 14:30). È un vasto sistema organizzato per la soddisfazione delle concupiscenze umane, e che pure in tutte le sue manifestazioni religiose rinnega totalmente Dio. "Tutto quello che è nel mondo.. non è dal Padre" (I Giovanni 2:16). "Tutto quello" include: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita.

Esiste un parallelo tra queste tre cose, da una parte, e i tre elementi della tentazione di Eva, dall'altra parte (Genesi 3:6). Ella vide che il frutto era:

- buono da mangiare (concupiscenza della carne, cioè i cattivi desideri tendenti alla soddisfazione dei sensi, che si tratti di piaceri raffinati o volgari);

- un piacere per gli occhi (concupiscenza degli occhi: l'eccitazione di malvagi desideri attraverso ciò che si vede);

- desiderabile per diventare intelligente (l'orgoglio della vita: il desiderio dell'uomo di "farsi uguale a Dio", di elevarsi al di sopra degli altri, la vanità, lo spirito di dominazione).

Di fronte a certe decisioni, il credente è chiamato a discernere ciò che costituisce una concupiscenza o un desiderio legittimo. Noi siamo stati chiamati a libertà, ma dobbiamo vegliare a non usare della libertà come d'una occasione alla carne (Galati 5:13). La libertà alla quale siamo stati chiamati è la libertà di servire e di glorificare Dio. D'altra parte, se tutte le cose sono permesse, non tutte sono convenienti ed edificano (I Corinzi 10:23). Durante la sua vita, il credente è dunque chiamato a fare una scelta (Deuteronomio 30:19-20). Se ha del discernimento spirituale e se teme Dio, non avrà difficoltà a conoscere la Sua volontà, perchè "il segreto dell'Eterno è per quelli che lo temono" (Salmo 25:14). L'apostolo Paolo non cessava mai di chiedere a Dio che i Colossesi fossero ripieni della conoscenza della sua volontà, in ogni saggezza e intelligenza spirituale, per marciare in maniera degna del Signore, per essergli graditi sotto ogni aspetto. Questa saggezza e questa intelligenza sono di origine spirituale. Più vivremo presso Dio, meglio conosceremo la Sua volontà. Ma là dove vi è della propria volontà o dell'ignoranza, la luce mancherà.

Il credente si astenga dunque, senza esitare, da tutto ciò che la Parola vieta espressamente. E dove non vi è un espresso divieto, deve chiedersi se quello che si fa è alla gloria di Dio, (I corinti 10:31) e non serva per il proprio piacere terreno, (Romani 13:14). Infine, ma non ultimo, ci si chieda sempre se il mio agire non comporta una caduta per mio fratello. Ciascuno di noi è esortato a non essere una occasione di caduta per il proprio fratello (I Corinzi 8:13). "Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma ciascuno cerchi l'altrui" e rispetti "la coscienza dell'altro" (I Corinzi 10:24-29). Non dovremmo mai dimenticare questo principio fondamentale: "Ciascuno di noi compiaccia al prossimo nel bene, a scopo d'edificazione" (Romani 15:2).

Introduzione

Il motivo per cui il cristiano aderisce al piano di Cristo è la salvezza della proria anima. Questo è quello che molto spesso noi stessi riteniamo. In realtà c’è molto altro legato alla salvezza. Il paradiso è la conclusione della salvezza. La dottrina che studia la salvezza si chiama soteriologia. La soteriologia, (dal greco σωτηρία - sōtēria -, "salvezza", e da λόγος - logos -, "parola", "ragione" o "principio"), nell'ambito della storia delle religioni, è infatti lo studio della salvezza nel senso di liberazione da uno stato o una condizione non desiderata.

Le diverse religioni e denominazioni cristiane si pongono in maniera alquanto differente su questo argomento, pertanto si è creata molta confusione al riguardo. La Bibbia è molto chiara e semplice nel suo linguaggio, facile da capire quando ripuliamo la nostra mente da ogni preconcetto. Per cui vi invitiamo serenamente a non pensare a quale tipo di formazione biblica avete ricevuto ma piuttosto andiamo alla Parola del Signore.

La Chiesa Cattolica Romana, insegna che la Salvezza/andare in Paradiso il risultato finale di una vita cattolica fatta di sacrifici, privazioni e opere buone, sebbene non sappiano mai quando hanno fatto abbastanza da meritarsi un posto sicuro in Paradiso. Questa dottrina può portare a uno di due casi: può portare un cattolico alla pazzia, se la applica pienamente vivendola quotidianamente, oppure può farci diventare freddi nei confronti di Dio, poiché ci si rende conto che viene richiesto molto al singolo individuo, il quale si caricherebbe di un fardello troppo pesante da portare, e che quindi non si possano soddisfare le esigenze e le aspettative di Dio. Questo secondo gruppo di persone pensa inoltre che Dio, con questo grosso peso da portare, richieda uno stile di vita così rigido che solamente pochi eletti siano in grado di vivere pienamente, e cosi`, o ripiegano sull'andare in chiesa la Domenica e partecipare alle feste comandate sperando che questo loro sacrificio sia sufficiente, oppure si allontanano da Dio completamente.

La Chiesa Protestante, molto in generale, predica e insegna che la Salvezza/andare in Paradiso sia il semplice risultato di credere che Gesù sia il Figlio di Dio e loro Salvatore; una volta stabilito questo nel loro cuore devono recitare una breve "preghiera per la Salvezza" e, a questo punto, sono "salvati". Questo insegnamento deriva dalla dottrina di Martin Lutero ma è soltanto l’inizio del piano di salvezza per l’uomo. L'Essere salvati è un punto fondamentale nelle varie denominazioni protestanti, poiché i protestanti iniziano così la loro "vita cristiana"; alcuni dopo questa preghiera non iniziano per niente una vita nuova, una "vita cristiana"; ma continuano la loro vita di sempre, credendo di essere salvati e si sentono forti e sicuri di questo. Molte chiese protestanti predicano la dottrina del "una volta salvati, sempre salvati", ovvero, una volta che l'individuo è stato salvato, non potrà mai più perdere la Salvezza.

Per i musulmani, è davvero importante credere nell'unicità e perfezione di Dio. Il proposito della vita è vivere in modo da compiacere Allah per poter guadagnare il Paradiso. Si crede che nella pubertà si apra una conta dei debiti di ogni persona, che sarà usata nel giorno del Giudizio per determinare il suo destino eterno. Il Corano inoltre suggerisce la dottrina della predestinazione divina. Corano 4:49, 24:21, 57:22. Il Corano insegna la necessità di fede e di buone opere per ottenere la salvezza. Secondo la dottrina musulmana della salvezza i non credenti (kuffar, letteralmente "colui che rifiuta la verità") e i peccatori saranno condannati, ma il pentimento genuino dà come risultato il perdono di Allah e l'entrata al Paradiso al momento della morte.

I movimenti ascetici, predicano che la salvezza si raggiunge soltanto attraverso l’isolamento totale, e un percorso di meditazione assoluta fino a conformarsi con il soprannaturale. Quindi la salvezza è soltanto per pochi iniziati. La religione Sikh accentra l'attenzione sulla salvezza tramite la meditazione, ordinata e personale, nel nome e nel messaggio di Dio, al fine di essere in unione mistica con Lui. L'induismo, che insegna che siamo coinvolti nel ciclo di morte e di rinascita chiamato Samsara, insegna che si deve raggiungere la liberazione, chiamata moksha. Il buddismo spiega come raggiungere la salvezza attraverso il distacco dal mondo materiale e dal dolore per raggiungere il Nirvana, stato di estasi e illuminazione.

La Parola di Dio ci chiarisce immediatamente che il piano di salvezza per l’uomo è stato dichiarato dal Signore Gesù Cristo che ha annunziato il Regno di Dio a tutti gli uomini semplificandolo e rendendolo alla portata di tutti, sia fisicamente che mentalmente:

Matteo 11:25 - Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e gli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli fanciulli.

Vogliamo fin d’ora asserire che la salvezza è solo in Gesù Cristo, il quale è l’unica via che porta al padre, (Giovanni 14:6). Ma nella salvezza, nel concetto specifico di salvezza non va inteso soltanto la destinazione del paradiso, quella è come dire la conclusione di un percorso virtuoso che comincia dal credere in Cristo e conoscerLo attraverso la Parola che ha creata ogni cosa, (Colossesi 1:16). Già lo stesso verbo credere nasconde aspetti che sfuggono alla maggior parte dei fedeli. L’azione di credere abbraccia tutta l’essenza e la profondità di Dio. La semplice preghiera di salvezza, (che non si trova scritta come raccomandazione in nessuna parte della Scrittura), non è altro che una invenzione umana, che possiamo anche in parte condividere, ma che serve solo a dare un ingresso, una spinta al credente che dinanzi alla radunanza confessa di essersi arreso a Cristo.

Matteo 1:21 - Ed ella (Maria) partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché Egli salverà il Suo popolo dai loro peccati.

Significato del termine salvezza

I termini che indicano la salvezza nella Bibbia sono soteria (G4991 - salvezza), soter (G4990 - salvatore) e sozô (G4982 - salvare); il corrispondente ebraico è yasa.

Nell'antichità, il significato classico di “sozô” era quello di rendere sano, guarire, salvare, preservare, salvare dalla morte, conservare in vita. Tutte azoni diciamo così, che rientrano nella sfera umana. E, se queste azioni si applicavano ad un aspetto prettamente terreno di una qualsiasi persona al quale si attribuiva il titolo di “soter – salvatore” (si vedano per lo scopo i filosofi come Epicuro; i governatori come Tolomeo IV e Nerone; i pagani nelle loro divinità come Zeus e Attis), la Parola di Dio ci presenta Cristo come agente di una salvezza umana e terrena, ma soprattutto spirituale ed eterna (Isaia 49:6-8 / Matteo 1:21 / Luca 1:47,67 / Luca 19:10 / I Timoteo 4:10 / Tito 3:4-6). L’attribuzione della qualità di salvatore deriva dunque dall’applicazione del senso del termine appena adesso elencato. Gesù non usò mai il nome “soter” per sé stesso, ma la gente di Samaria lo riconobbe come il Salvatore del mondo (Giovanni 4:42). Il nome stesso del Figlio di Dio, venuto sulla Terra, attesta questa realtà; esso corrisponde al greco Iêsous ed all'ebraico Yahashuà che significa YHWH Salva. L’arcangelo Gabriele non ebbe la necessità di dichiarare la qualità agente del Cristo quanto di dichiarare a Maria il motivo della Sua venuta in questo mondo, (Matteo 1:21). Gesù è il Salvatore che guarisce (Marco 5:34 e Marco 10:52), giustifica (Tito 2:13-14 e Tito 3:6-7), è capo della Chiesa (Efesini 5:23), libera e benedice (Filippesi 3:20, Tito 2:13).

Definiamo perciò la salvezza come la nuova vita in Cristo; uno stato di favore presso Dio che comporta la separazione dal peccato, la comunione con Lui e la vita eterna.

IL SACRIFICIO DI CRISTO: il fondamento per la salvezza

Uno dei tanti passi della Scrittura che illustra l'opera di Cristo sulla Croce è:

Ebrei 9:11-14 - Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei futuri beni, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè, non di questa creazione, è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. Infatti, se il sangue di capri, di tori e la cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano, in modo da procurar la purezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì sé stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!

Con la Sua morte e risurrezione, Cristo Gesù ha compiuto l'opera che è sufficiente a salvare l'uomo dal peccato e dalla morte eterna. Quest'opera salvifica è perfetta ed è a disposizione di tutti, non solo di pochi eletti perché:

I Timoteo 2:4 - Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità.

Vogliamo perciò analizzare, alla luce della Scrittura, ciò che Cristo ha guadagnato per l'umanità morendo sulla croce e risuscitando.

Espiazione - Copertura

Espiare significa letteralmente “coprire”; dà il senso di coprire il peccato alla vista di Dio affinché esso non provochi la Sua ira (Levitico 4:13-21). Nel momento in cui il sangue dell'animale veniva posto sull'altare, l'israelita realizzava la realtà di Esodo 12:14. Perciò il peccato non veniva solo coperto, ma cancellato, rimosso, gettato dietro alle spalle (Geremia 18:23 / Isaia 6:7 / Isaia 38:17 / Isaia 43:25), ma soprattutto perdonato (Salmo 78:38).

La morte di Cristo, uomo perfetto e Dio incarnato, fu espiatoria perché servì per la rimozione del peccato dell'intera umanità (Ebrei 2:17 / Ebrei 9:13-14); Egli stesso divenne peccato per noi (II Corinzi 5:21 /I Pietro 2:24). Con la Sua morte Cristo ha reso possibile la purificazione totale dal peccato per chiunque, in ogni parte del mondo, lo invochi.

La propiziazione - Avvicinamento

Propiziazione deriva dal latino e significa “avvicinare”. E il sacrificio di Cristo ha propiziato, ha reso favorevole, ha avvicinato l'uomo peccatore a Dio. La morte di Cristo ha stornato l'ira di Dio nei riguardi del peccatore penitente (Romani 3:25 / I Giovanni 2:2 / I Giovanni 4:10). È utile confrontare quest'aspetto dell'opera di Gesù con quello che era il propiziatorio dell'Antico Testamento (Esodo 25:16-22), per apprezzarne ancora di più il valore.

La sostituzione - Cambiamento

I sacrifici dell'Antico Testamento erano sostitutivi per natura: l'animale moriva al posto del peccatore (Levitico 4). In Isaia 53 quest'aspetto assume il suo più alto significato: Cristo porta la pena spettante ad altri, ha sostituito noi soffrendo e morendo al posto nostro

Isaia 53:4-5,11 - Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e grazie alle sue ferite noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti... Egli vedrà il frutto del suo tormento interiore, e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità.

Egli è morto in vece nostra, prese il castigo spettante a noi affinché potessimo sfuggire ad esso. Il Nuovo Testamento conferma questa preziosa verità (II Corinzi 5:21 / I Pietro 2:24)

La redenzione - Riacquistare

Redimere significa letteralmente ricomprare pagando un prezzo. Uno dei titoli più citati del Signore Gesù è Redentore e talvolta l'intera Sua opera viene definita la Redenzione (Matteo 20:28 / Galati 3:13 – 4:5 / Tito 2:14 / I Pietro 1:18 / Apocalisse 5:9Apocalisse 14:3-4). Ci sono delle descrizioni interessanti riguardo alla redenzione; una la spiega nella prospettiva dell'Antico Testamento (Levitico 25:47-49), mentre Gesù, nella Sua predicazione riprendeva il concetto del Salmo 49:7-9 (Marco 8:36-37). Il Nuovo Testamento rimarca il concetto (I Corinzi 6:19-20 / I Pietro 1:18).

Riconciliazione - Trasformazione

Per riconciliazione s'intende il mutamento di un rapporto d'inimicizia in uno d'amicizia. Secondo le Scritture è Dio, la parte offesa, che prende l'iniziativa di riconciliare a sé l'umanità; è Lui che ordina i sacrifici espiatori, è Lui che manda il Suo Figliuolo come sacrificio espiatorio. Mentre eravamo nemici di Dio siamo stati riconciliati per mezzo della morte di Cristo (Romani 5:10 / II Corinzi 5:18-19 / Colossesi 1:21).

Quest'atto di riconciliazione è un'opera completa, sicché agli occhi di Dio tutto il mondo è già riconciliato. Il problema allora è nell’uomo che deve desiderare questa riconciliazione che è stata messa alla portata di tutti. Tutti gli ostacoli possibili ed immaginabili sono stati rimossi. Rimane soltanto che i credenti la proclamino e i peccatori la ricevano.

LA CONVERSIONE:

Cristo ha provveduto agli uomini una salvezza perfetta. L'opera si è compiuta al Calvario ed alla risurrezione, il fondamento è stato posto 2000 anni fa, una volta e per sempre. Chiunque vuole può beneficiare di quest'opera grandiosa.

Ora, dopo aver esaminato l'opera in sé, ne vedremo due aspetti importanti: il primo corrisponde alle condizioni per la salvezza. Anche se Dio vuole che tutti siano salvati (I Timoteo 2:4), non costringe nessuno ad accettarlo come Salvatore. C'è bisogno che si creino le condizioni per la conversione, periodo nel quale il peccatore volge i suoi passi a Dio (Atti 3:19 / I Pietro 2:25).

Il ravvedimento

Il ravvedimento è il dolore per il peccato, risultato dell'opera dello Spirito Santo, con lo sforzo sincero di abbandonarlo. Traduce il greco metànoia che la versione Cattolica (CEI) traduce erroneamente con fare penitenza. In Atti 2:38 leggiamo la risposta storica che l’Apostolo Pietro diede a chi gli chiedeva cosa fare per essere salvato:

Atti 2:38Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nelle acque nel nome del Signore gesù e voi riceverete il dono dello Spirito Santo.

Il termine greco usato per ravvedimento discende dalla metanoia che abbiamo visto prima: G3340 metanoeò, che significa letteralmente “cambiare la propria mente”, “pensare in un modo diverso”. E dunque il ravvedimento costituisce una opera che richiede l’innesco della volontà dell’uomo. E’ una tua scelta personale. Devi volerlo, devi dichiararlo. In questo senso può anche essere accolta la “preghiera di salvezza” come dichiarazione ufficiale del credente di accettare il Signore dichiarando di volerlo seguire, ma bisogna pure che il credente compia dei passi in avanti rispetto alla semplice preghiera di salvezza. Se non vi è un cambiamento vero non vi è un vero ravvedimento.

Il vero ravvedimento è costituito da tre aspetti: intellettuale, emotivo e pratico.

Facciamo un esempio:

a) Un viaggiatore apprende di trovarsi su un treno che non va verso la località alla quale egli è diretto; questa conoscenza corrisponde all'elemento intellettuale: attraverso la Parola di Dio una persona apprende di non trovarsi in regola con Dio (Romani 3:20).

b) Il viaggiatore è preoccupato di questa scoperta, è dispiaciuto e spaventato. Questo illustra il lato emotivo del ravvedimento, che è il dolore per aver offeso Dio (II Corinzi 7:9-10).

c) Il viaggiatore lascia il treno alla prima opportunità e prende il treno giusto. Questo illustra il lato pratico del ravvedimento (Atti 2:38 / Romani 2:4). Il risultato è che ora il peccatore porta dei frutti degni del ravvedimento (Marco 3:8).

Bisogna dunque conoscere lo stato nel quale ci troviamo, e questo viene soltanto attraverso la Parola di Dio, che apre i cuori e rende ogni essere pronto a comprendere e ad avere fede. Bisogna provare pentimento per quello che si è fatto, e bisogna cercare di lasciare quel treno che ci sta conducendo in un luogo sbagliato.

La fede

La fede, nel senso biblico di credere, confidare, è una condizione necessaria per la salvezza (Ebrei 11:6). Significa credere nella verità dell'Evangelo ed accettarla come regola di vita.

La fede intellettuale non è sufficiente per la salvezza (Giacomo 2:19); una persona può dare all'Evangelo il Suo assenso mentale, ma escluderlo dalla propria vita. Perciò è necessaria la fede del cuore (Romani 10:9).

Per produrre tale fede c'è bisogno dello Spirito Santo in cooperazione con la Parola (Romani 10:17 / Ebrei 12:25). Una persona convertita cerca di obbedire alla Parola. Molto spesso verrà meno, ma sarà sempre nel tentativo di rialzarsi prontamente e di lasciare lo sbaglio commesso (Romani 16:19 / II Corinzi 9:13 / I Pietro 1:22).

LA NUOVA NASCITA: i Battesimi

Giovanni 3:3 - In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio

II Corinti 5:17 - Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove

I termini CONVERSIONE e NUOVA NASCITA possono essere sinonimi. Se noi li distinguiamo è per comodità di studio, ma non si deve commettere l'errore di scindere l'elemento umano dall'elemento divino nell'esperienza della salvezza.

Perciò, dopo aver stabilito biblicamente le condizioni umane necessarie per sperimentare la salvezza dell'anima, vogliamo approfondire la realtà dell'esperienza stessa: cosa succede realmente quando una persona accetta Cristo nella propria vita come suo personale Salvatore?

L'esperienza del ravvedimento è emblematica, è il segno esteriore di una trasformazione interiore e divina; e quest'opera di salvezza comprende tre momenti che il peccatore pentito sperimenta simultaneamente nell'attimo stesso in cui Cristo lo salva:

La giustificazione

La giustificazione è un atto della gratuita grazia di Dio, per il quale Egli perdona tutti i nostri peccati e ci accetta come giusti ai Suoi occhi unicamente per la giustizia di Cristo. Perciò non diventiamo giusti da noi stessi, ma ci viene imputata la giustizia di un Altro e ciò si riceve per SOLA FEDE.

La giustificazione è un mutamento di posizione: prima il peccatore era condannato, ora il credente si trova nella posizione di giusto davanti a Dio. Abbiamo detto che questa giustizia non diviene propria dell'uomo, ma all'uomo viene imputata la giustizia di Cristo (Romani 8:28-30). La fonte della giustificazione è la grazia, il mezzo per riceverla è la sola fede (Romani 3:21-24 / Romani 5:1-2).

Nonostante il suo passato peccaminoso e la sua presente imperfezione, il credente ha una posizione sicura davanti a Dio, quella di giustificato; la sua colpa è cancellata (Romani 4:7-8), e niente può contraddire questo verdetto di Dio (Romani 8:33-34).

La rigenerazione

La rigenerazione indica quell'atto per il quale Dio pone il principio della vita nuova nell'uomo, operando una trasformazione spirituale: ciò a cui Gesù si riferiva parlando a Nicodemo

“Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»” (Giovanni 3:3-4)

Il Novo Testamento descrive la rigenerazione mediante cinque immagini:

          Nuova nascita (Giovanni 3:7-8 / I Giovanni 5:1)

          Purificazione (Tito 3:5)

          Vivificazione (Colossesi 3:10)

          Creazione (II Corinzi 5:17 / Efesini 2:8-10)

          Resurrezione (Colossesi 3:1 / Efesini 2:5-6)

L'uomo ha necessità di essere rigenerato a causa della sua corruzione e della sua incapacità ed impossibilità di porvi rimedio (I Corinzi 2:14 / Efesini 2:1-3).

Lo Spirito Santo è l'Autore di questo miracolo (Giovanni 1:12-13 – 3:6); Egli utilizza la Parola di Dio (Giacomo 1:18 / I Pietro 1:23).

Ma il credente che si converte deve anche compiere un passo in avanti che è sempre frutto della propria decisione personale: il battesimo nelle acque. Nel testo biblico notiamo che il battesimo nelle acque era quasi una sorta di prosecuzione della conversione, come se fosse quasi un momento unico. Nelle chiese moderne, la necessità logistica ha molto spesso prevalso sulle abitudini bibliche, per cui oggi si battezzano soltanto le persone che hanno compiuto studi particolari o hanno fatto voti particolari, senza considerare che non era così dal principio. Inoltre, ma non ultimo, il battesimo nelle acque deve essere ministrato per immersione totale, (baptizo – immergo), e invocando il nome di Gesù Cristo il Signore come fu espressamente compiuto da tutti gli apostoli.

La santificazione

La santificazione è l'opera progressiva dello Spirito Santo che riproduce il carattere di Cristo nel credente (Galati 3:3 / Efesini 4:22-24). Bisogna distinguere la santità che è lo scopo della santificazione (I Tessalonicesi 3:12-13) dalla santificazione stessa che, come già detto, è il processo di maturazione operato dallo Spirito Santo nel credente (Romani 6:19,22 / Ebrei 12:14).

La santificazione si realizza nella misura della comunione con Cristo (Giovanni 15:4 / Galati 2:20); è ovvio perciò che per quest'opera divina è richiesta la cooperazione del credente che si studia di mortificare il vecchio uomo (cfr. Colossesi 3:9-10), di separarsi dal male e, soprattutto, perseguire il bene (Giacomo 4:17).

Per compiere la santificazione lo Spirito Santo utilizza la Parola di Dio (Giovanni 17.17 / Salmo 119:9 / Giacomo 1:22-25) e il sangue di Cristo (Ebrei 13:12 – 10:10,14 / I Giovanni 1:7).

In ultima analisi, la santificazione non è sinonimo di perfezione sulla terra, in quanto il carattere del credente è perfettibile e sarà perfetto nella gloria del cielo (Filippesi 3:13-14).

“preghi per me??” sembra una richiesta crescente in questo periodo ….come crescenti sono i vari gruppi sui social che si prefiggono l’obbiettivo di portare avanti e di sostenere le varie richieste di preghiere .

Nell’uomo l’intervento del soprannaturale risulta essere intrinseco alla propria natura nei momenti di particolare necessità materiale , laddove le vie “umane” hanno vista preclusa qualunque forma di risoluzione al problema, e l’uomo cosi si riscopre “religioso” avente bisogno di un aiuto soprannaturale ; ciò è spiegato dal fatto che Dio ha celato nell’uomo il concetto di eternità ed esso ne ricerca l’esistenza laddove la razionalità e la logica, la scienza umana vengono ad essere inefficaci:

Ecclesiaste 3:11 Egli ha fatta ogni cosa bella nella sua stagione: ha eziandio posto l'eternità nel cuor degli uomini, senza che però l'uomo possa giammai rinvenir l'opere che Iddio ha fatte, da capo al fine.  

Nell’eternita’ altresi e’ celata l’intera opera creativa di Dio, ecco spiegato perche’ l’uomo trae questo sentimento dal tesoro del suo cuore ,poiche’ attraverso questa richiesta esso palesa, manifesta in modo introspettivo la ricerca di Dio nella propria vita ed altresi rende pubblico la sua necessita’ di essere aiutato da Dio.

Uno dei versi biblici che piu’ viene utilizzato al fine di giustificare il ricorso alla preghiera e la sua efficacia da parte dei credenti e’ :

Giacomo 5:16 Confessate i falli gli uni agli altri, ed orate gli uni per gli altri, acciocchè siate sanati; molto può l'orazione del giusto, fatta con efficacia.

Ma bisogna pero’ precisare che non viene preso l’intero verso per esteso ma soltanto la parte finale ovvero…..molto puo’ la preghiera del giusto fatta con efficacia.

E’ bene chiarire che la preghiera ,come dichiarato precedentemente ,e’: “ l’espressione di un cuore che si arrende a Dio” per espressione intendiamo qualificare un sentimento ,ed e’ proprio il cuore il centro dei sentimenti ,dal cuore nasce la preghiera …….

Qui gia’ potremmo cominciare a delineare dei punti base molto importanti che ci fanno comprendere la grande differenza tra le preghiere,nate dal cuore e le preghiere nate dalla mente che si e’ ritrovata nella logica della materialita’ a dover fronteggiare una situazione inaspettata che non trova risoluzione nella logica umana ,ho un problema ,non riesco a risolverlo che faccio?? Prego come chiave risolutiva del problema … ed e’ scritto:

Giacomo 4:3 Voi domandate, e non ricevete; perciocchè domandate male, per ispender ne' vostri piaceri.

Poiche’ la preghiera siffatta non procede da una goccia d’amore ma da un bisogno materiale…qualunque esso sia …..

Abbiamo inizialmente citato il verso contenuto in Giacomo 5:16 ed esordisce confessate i falli gli uni agli altri ………sembra strano …..ma se riflettiamo lo Spirito di Dio gia’ comincia a condurci in un campo dove viene ad essere manifestata la nostra natura peccaminosa ,avida,altezzosa dove viee richiestoci in maniera celata di riconoscerci peccatori ,di riappacificarci con tutti secondo come e’ scritto

Ebrei 12:14 Procacciate pace con tutti, e la santificazione, senza la quale niuno vedrà il Signore.

In poche’ parole ci sta conducendo alla fase iniziale della vita del cristiano ..ovvero al ravvedimento ,pentimento alla forma primordiale di “AMORE” ….ed e’ intrinseco che tale concetto e’ espresso in maniera chiara a quanti accettano di fare la sua volonta’ ….si “piegano” sotto la mano di Dio ….ovvero attraverso un’avversita’ materiale io giungo alla Conoscenza della Verita’ cioe’ Cristo ,ascolto la sua voce preoveniente dal mio cuore dal mio interiore ,riconosco la supremazia di Dio e reputo necessario ed indispensabile il suo aiuto comincio a lasciarmi condurre dalle sue Parole……

Anche qui denotiamo il piano della salvezza di Dio manifestato attraverso il suo volere:

Giovanni 3:15 acciocchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

Giovanni 3:16 Perciocchè Iddio ha tanto amato il mondo, ch'egli ha dato il suo unigenito Figliuolo, acciocchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

Ed il nocciolo e’ sempe li’….credere …se non credo come otterrò??

Quindi condizione essenziale prima di pregare o di richiedere preghiera e’ :

ü  CREDERE!!

Ora entriamo piu’ dettagliatamente all’interno della preghiera:

nel libro degli atti e’ scritto ATTI 20:35 In ogni cosa vi ho mostrato che affaticandosi, si convengono così sopportar gl'infermi; e ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il qual disse che più felice cosa è il dare che il ricevere.

Gesu’ ha donato se stesso per la nostra salvezza, non ha riguardato a sofferenze a privazioni ,non ha rifiutato la morte per noi ….e questo perche’?? per “AMORE”

ü  Giovanni 15:13 Niuno ha maggiore amor di questo: di metter la vita sua per i suoi amici.

Gesu’ e’ la manifestazione tangibile dell’amore di Dio verso gli uomini!!

Egli e’ sempre li ad affaccendarsi affinche’ venga mostrato l’amore di Dio attraverso il contatto col prossimo soccorre quanti sono in difficolta’ ,ascolta il grido del popolo ,e non si trae indietro dall’amare…..quando Lui prega non escono parole dalle sue labbra ma amore puro!!!e la preghiera appunto esterna il sentimento che e’ riposto nel suo cuore ovvero l’amore verso il prossimo…..

ü  Giovanni 14:21 Chi ha i miei comandamenti, e li osserva, esso è quel che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; ed io ancora l'amerò, e me gli manifesterò.

ü  Giovanni 17:26 Ed io ho loro fatto conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere ancora, acciocchè l'amore, del quale tu mi hai amato, sia in loro, ed io in loro.

Cosi abbiamo delineato ancora un punto fondamentale della preghiera …ovvero:

ü  PREGARE PER AMORE, PREGARE CON AMORE !!

Quindi per pregare devo Credere ,ed amare!! Credere in Dio amare Dio ed amare il prossimo …..

ü  Matteo 19:19 Onora tuo padre e tua madre, ed ama il tuo prossimo come te stesso.

ü  Matteo 22:37 Gesù gli disse: Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l'anima tua, e con tutta la mente tua

ü  Matteo 22:39 E il secondo, simile ad esso, è: Ama il tuo prossimo come te stesso.

Ma chi e’ il mio prossimo??......un fratello in Cristo ?? anche, ma non solo poiche’ e’ scritto:

ü  Matteo 5:46 Perciocchè, se voi amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? non fanno ancora i pubblicani lo stesso?

Ebbene e’ facile amare un “fratello “ ma una persona che non si conosce?? Un estraneo??

Nel verso iniziale abbiamo letto che Iddio ha tanto amato il mondo ….non solo i “Fatelli”

E se Dio e’ amore (1Gv 4:8) questo amore deve essere in noi ……

ü  1 Giovanni 4 :7-13 DILETTI, amiamoci gli uni gli altri; perciocchè la carità è da Dio; e chiunque ama è nato da Dio, e conosce Iddio. 8 Chi non ama non ha conosciuto Iddio; poichè Iddio è carità. 9 In questo si è manifestata la carità di Dio inverso noi: che Iddio ha mandato il suo Unigenito nel mondo, acciocchè per lui viviamo. 10 In questo è la carità: non che noi abbiamo amato Iddio, ma ch'egli ha amati noi, ed ha mandato il suo Figliuolo, per esser purgamento de' nostri peccati. 11 Diletti, se Iddio ci ha così amati, ancor noi ci dobbiamo amar gli uni gli altri. 12 Niuno vide giammai Iddio; se noi ci amiamo gli uni gli altri, Iddio dimora in noi, e la sua carità è compiuta in noi. 13 Per questo conosciamo che dimoriamo in lui, ed egli in noi: perciocchè egli ci ha donato del suo Spirito.

Gesu’ stesso ci da’ un esempio meraviglioso sulla croce ,in agonia ,prima della morte egli cosa fa’?? prega con amore….

ü  Luca 23:34 E Gesù diceva: Padre, perdona loro, perciocchè non sanno quel che fanno. Poi, avendo fatte delle parti de' suoi vestimenti, trassero le sorti.

Questo deve essere l’atteggiamento di un figlio di Dio ..pregare per amore ,non pregare per ricevere ma pregare per amare ,pregare manifestando il seme d’amore che e’ stato posto nel nostro cuore da Dio

Mose’ servo di Dio prego’ per il popolo ribelle poiche’ amava quel popolo ….

ü  Esodo 32:10 Ora dunque, lasciami fare, e l'ira mia si accenderà contro a loro, e io li consumerò; e io ti farò diventare una gran nazione. 11 Ma Mosè supplicò al Signore Iddio suo, e disse: Perchè si accenderebbe, o Signore, l'ira tua contro al tuo popolo, che tu hai tratto fuor del paese di Egitto, con gran forza e con possente mano? 12 Perchè direbbero gli Egizj: Egli li ha tratti fuori per male, per farli morir su per que' monti, e per consumarli d'in su la terra? Racqueta il tuo cruccio acceso, e pentiti di questo male inverso il tuo popolo. 13 Ricordati di Abrahamo, d'Isacco e d'Israele, tuoi servitori, ai quali tu giurasti per te stesso; ed a' quali dicesti: Io moltiplicherò la vostra progenie, come le stelle del cielo; e darò alla vostra progenie tutto questo paese, del quale io ho parlato, acciocchè lo possegga in perpetuo. 14 E il Signore si pentì del male che avea detto di fare al suo popolo.

Ora perche’ preghi??.....e soprattutto ogni richiesta di preghiera e’ lecita??

Vostro conservo in Cristo Pastore Paolo Marasa’

Il "Santo Rosario" è una catena di 15 serie di piccole perle, ogni serie separata dalla successiva da una perla di maggiori dimensioni.
Alla fine di questa catena c'è una medaglia che porta l'effigie di Maria, poi c'è una catenella più corta ed infine, un crocifisso.
Il Rosario è strettamente connesso all'adorazione di Maria; infatti le perle servono per contare le preghiere.
Vediamo alcune notizie da : The Catholic Encyclopedia volume 13, pagina 185, articolo "Rosary":

"In quasi tutte le nazioni incontriamo qualcosa di simile, allo scopo di contare le preghiere.... nell'antica Ninive....per secoli tra i Musulmani una collana di 33,66 o 99 perle è stata usata per contare i nomi di Allah...Marco Polo, nel tredicesimo secolo fu sorpreso che il re di Malabar usasse un rosario di pietre preziose per contare le sue preghiere...San Francesco Saverio ed i suoi compagni furono meravigliati di vedere che i rosari erano universalmente familiari ai Buddisti Giapponesi.... "


Tra i Fenici veniva usato un rosario per contare le preghiere ad Astarte, la Dea Madre, all'incirca verso l'800 A.C. (Seymour- The Cross in Tradition, History and Art- pag.21 ) 


Nel Bramanesimo si è sempre usato un rosario con decine e centinaia di perle. Gli adoratori di Visnù danno ai loro figli rosari di 108 perle. Un rosario simile è adoperato dai Buddisti in Cina e Tibet. Gli adoratori di Shiva usano un rosario sul quale ripetono, se possibile, tutti i 1.008 nomi di questa divinità ( Encyclopedy of Religions- vol.3 - pagine 203-205 )


la preghiera più spesso ripetuta, mediante il Rosario, è l'"Ave Maria" della quale The Catholic Encyclopedia dice:

" Non esiste traccia, seppur minima, dell'Ave Maria quale preghiera di accettata formula devozionale prima dell'anno 1050 " (vol.7 pag.111, articolo " Hail Mary" )
la completa recitazione del Rosario consta di 53 Ave Maria, 6 Padre Nostro, 5 Misteri, 5 Meditazioni, 5 Gloria Padre, ed 1 Credo. Si noti come l'Ave Maria sia ripetuta quasi 9 volte più frequentemente rispetto al Padre Nostro.


Una preghiera composta da uomini e rivolta a Maria è dunque più importante di una preghiera insegnata da Gesù Cristo e rivolta a Dio? Gli adoratori della dea Diana, in Efeso, ripetevano più e più volte, una frase religiosa: Atti 19:34 ... si misero tutti a gridare in coro per quasi due ore: «Grande è l'Artèmide degli Efesini!».
ma Gesù ebbe da dire, a riguardo delle preghiere ripetute, che sono una pratica PAGANA.
Matteo 6:7-9 7 Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. 9 Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli,.... Quindi, in questo passo, ecco che Gesù avvisa chiaramente i suoi seguaci di NON RECITARE una preghiera più e più volte, ed inoltre avvisa di pregare il Padre.

Fratello Sebastiano Russo

L’Apostolo Paolo scrive nella lettera ai Filippesi : 4:6” Non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna; ma sieno in ogni cosa le vostre richieste notificate a Dio, per l'orazione e per la preghiera, con ringraziamento”,
evidenziando in modo inequivocabile il modus operandi da porre in essere durante la preghiera ;or bene noi sappiamo gia’ che la preghiera non deve essere fatta in maniera ripetitiva ,con molteplici parole ripetute a memoria ,quasi in modo meccanico come descritto in:
 Matteo 6:7 Ora, quando farete orazione, non usate soverchie dicerie, come i pagani; perciocchè pensano di essere esauditi per la moltitudine delle lor parole.
Ed altresì possiamo evincere quale potrebbe essere una delle posture da tenersi in preghiera; poiche’ attraverso essa entriamo in contatto con Dio ,non dimenticando che la preghiera non e’ un atto materiale ma bensì un atto di fede che ci trasporta nel mondo della creatura spirituale, pertanto essendo a stretto contatto con il Creatore padrone di ogni cosa troviamo scritto che le “ ginocchia si pegano”…
 Isaia 45:23 Io ho giurato per me stesso, una parola è uscita della mia bocca, in giustizia, e non sarà revocata: Che ogni ginocchio si piegherà davanti a me, ed ogni lingua giurerà per me.
 Romani 11:4 Ma, che gli disse la voce divina? Io mi son riserbato settemila uomini, che non han piegato il ginocchio all'idolo di Baal.
 Romani 14:11 Perciocchè egli è scritto: Come io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me, ed ogni lingua darà gloria a Dio.
 Filippesi 2:10 acciocchè nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature celesti, e terrestri, e sotterranee;
abbiamo cosi gia’ deliniato 3 aspetti fondamentali da tenersi in “preghiera”….ovvero
1) Non essere in ansia …ovvero dobbiamo presentare la nostra fede e la nostra certezza in Dio
2) Non ripetere meccanicamente parole sopra parole ….ma lasciare agire il cuore centro dei sentimenti .
3) Presentarsi a Dio in ginocchio come segno di umiliazione benche’ non consite in una regola fissa .
Mi piace sempre portare un esempio : se acquisto un bacio Perugina per mia moglie ella sara’ di un cosi dolce pensiero …ma il bigliettino che trovera’ all’interno del dolcetto benche’ sara’ molto romantico non esprimera’ il mio vero sentimento ,ma portera’ l’espressione di un sentimento altrui …non il mio” ..io sostengo che :
La preghiera e’ l’espressione di un cuore che si arrende a Dio e si apre ad Esso ed offre il meglio a DIo….
Bene, avendo ora elencato questi tre aspetti vogliamo tornare al verso contenuto nella lettera ai Filippesi che ci esprime ancora dei termini molto importanti da vagliare ,ovvero:
“ sieno notificate le vostre richieste a Dio …” il termine notificare significa appunto “comunicare in via ufficiale e in modo formale un fatto all’autorità interessata”….quindi attraverso la notifica io rendo ufficiale la mia “preghiera “ ; la notifica implica la trascrizione della comunicazione da effettuare ed e’ strano pensare di scrivere a Dio …..ma noi abbiamo mai provato a fare cio’…. Scusatemi ma se lo Spirito di Dio non avesse spinto i Santi uomini che ci hanno preceduto a scrivere la Bibbia ,cosa avremmo ricevuto noi??..e’ solo un punto di riflessione ma che mi lascia molto a riflettere…ella tradizione ebraica viene scritta una richiesta a Dio il foglio in cui e’ fatta la richiesta in modo simbolico come odore accettevole a Dio …. Abbiamo cosi aggiunto un quarto tassello ai 3 precedentemente estrapolati
4) Scrivere notificare le mie richieste a Dio ….
Ma ancora trovo scritto ; di notificare con orazione e preghiera ,due termini che apparentemente sembrano uguali ,ma che nascondono delle diversita’ enormi ….
• orazióne s. f. dal lat. oratio -onis che significava discorso……ovvero io parlo con Dio …esprimo i miei sentimenti le mie senzazioni ..appunto come se parlassi con un’amico …in tono solenne posso parlare anche rivolgendomi ad un’assemblea …e questo ci dara’ spunto per il prosequio del trattato
• preghièra s. f. [dal provenz. preguiera (lat. pop. *precaria, sostantivazione femm. dell’agg. precarius «ottenuto con preghiere; precario»: v. precario1)]. – L’atto del pregare, le parole con cui si prega, secondo i sign. fondamentali del verbo. 1. Richiesta fatta a qualcuno con atteggiamento di umiltà, di sottomissione.
Ed ancora possiamo delineare due diverse formulazioni dell’approccio con Dio ,una in forma molto privata confidenziale poiche’ di fatto Dio e’ nostro amico ,
 Giovanni 15:15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio.
……Un’altra che ci porta alla realta’ ovvero che benche’ egli e’ sempre nostro “amico “ e’ l’Eterno …..Egli decide e noi ci presentiamo a Lui in profonda umiliazione …..
Ma in ogni caso non dobbiamo mai dubitare del suo aiuto ,talche’ l’apostolo Paolo scrive ….” Con ringraziamento”. …..
A questo punto abbiamo gia trovato quattro punti fondamentali da ottemperare durante la preghiera e due differenti approcci a Dio ……potremmo citare molti versi a supporto di quanto precedentemente detto ma il nostro intento e’ quello di scoprire quello che la Parola ci dice …..
Gesu’ ci mostra che Egli pregava in publico - Mt 11:25- , in privato- Mt 14:23- ed ancora possiamo notare come egli attraverso preghiera interceda in favore di quanti hanno bisogno- Lu22:32- differenziando di fatto la tipologia di preghiera a secondo delle “esigenze” …sembrera’ strano quello che abbiamo appena espresso ,ma in maniera molto grossolana possiamo dire che esistono diverse tipologie di preghiera …..privata ,publica,di intercessione di umiliazione ecc.ecc.
Gesu’ stesso Dice:
 Giovanni 15:16Voi non avete eletto me, ma io ho eletti voi; e vi ho costituiti, acciocchè andiate, e portiate frutto, e il vostro frutto sia permanente; acciocchè qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, egli ve la dia.
 Marco 11:24 Perciò io vi dico: Tutte le cose che voi domanderete pregando, crediate che le riceverete, e voi le otterrete.

Ma altresi e’ sottolineato il fatto che non sappiamo chiedere :
 Giacomo 4:3 domandate e non ricevete, perché domandate male per spendere nei vostri piaceri.
Visto cio’ dobbiamo per forza di causa maggiore delineare dei punti importanti ;come detto precedentemente La preghiera e’ l’espressione di un cuore che si arrende a Dio e si apre ad Esso ed offre il meglio a DIo….
Pertanto deve portare la purezza e la mitezza di Dio non puo arrogare in se pretese o “favori “ personali atti al raggiungimento di un fine privato,attraverso una richiesta non conforme all’insegnamento Biblico ,esempio “FAMMI DIVENIRE RICCO” o “PROVVEDIMI UNA FERRARI” …..ma come descritto in Luca 12:24 una preghiera deve essere ripiena di certezza e di tesori in Cristo.
Si possono fare diverse preghiere e vogliamo subito cominciare a descriverne alcuni tipi :
 preghiera nel segreto:
 Matteo 6:6 Ma tu, quando farai orazione, entra nella tua cameretta, e serra il tuo uscio, e fa' orazione al Padre tuo, che è in segreto; e il Padre tuo, che riguarda in segreto, ti renderà la tua retribuzione in palese.
 1Samuele 15 v16-29 (Dio rivela a Samuele la disobbedienza di Saulle)
 Deuteronomio 9:25 Io mi gittai adunque in terra davanti al Signore, per que' quaranta giorni, e quelle quaranta notti, che io stetti così prostrato…..
 Preghiera di notte:
 1Tessalonicesi 3:10 Pregando intentissimamente, notte e giorno, di poter vedere la vostra faccia, e compier le cose che mancano ancora alla fede vostra.
 Genesi 15:5 Poi lo menò fuori, e gli disse: Riguarda ora verso il cielo, ed annovera le stelle, se pur tu le puoi annoverare. Poi gli disse: Così sarà la tua progenie. 6 Ed esso credette al Signore; e il Signore gl'imputò ciò a giustizia.
 1 Samuele 15:11 Io mi pento d'aver costituito re Saulle; perciocchè egli si è rivolto indietro da me, e non ha messe ad esecuzione le mie parole. E Samuele ne fu molto cruccioso, e gridò al Signore tutta quella notte
 Preghiera per i nemici:
 Matteo 5:44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano
 Luca 23:34E Gesù diceva: Padre, perdona loro, perciocchè non sanno quel che fanno. Poi, avendo fatte delle parti de' suoi vestimenti, trassero le sorti.
 Preghiera d’intercessione
 Genesi 4:23 Abraamo gli si avvicinò e disse: «Farai dunque perire il giusto insieme con l'empio? 24 Forse ci sono cinquanta giusti nella città; davvero farai perire anche quelli? Non perdonerai a quel luogo per amore dei cinquanta giusti che vi sono
 Tessalonicesi 5:25Fratelli, pregate per noi.
 2Tessalonicesi 3:1 NEL rimanente, fratelli, pregate per noi, acciocchè la parola del Signore corra, e sia glorificata, come fra voi.
 Preghiera per la chiesa
 1 samuele 12:23 Quanto a me, lungi da me il peccare contro il SIGNORE cessando di pregare per voi! Anzi, io vi mostrerò la buona e diritta via.
 Luca 10:2Diceva loro adunque: Bene è la ricolta grande, ma gli operai son pochi; pregate adunque il Signor della ricolta che spinga degli operai nella sua ricolta.
La preghiera in oltre puo’ essere richiesta …….
 1 Samuele 7: 8 e dissero a Samuele: «Non cessare di pregare per noi il SIGNORE, il nostro Dio, affinché ci liberi dalle mani dei Filistei».
 Ebrei 13:18 Pregate per noi; perciocchè noi ci confidiamo d'aver buona coscienza, desiderando di condurci onestamente in ogni cosa.
Puo’ ella essere esaudita o non esaudita
 Esodo 15: 25 Egli gridò al SIGNORE; e il SIGNORE gli mostrò un legno. Mosè lo gettò nell'acqua, e l'acqua divenne dolce…….
 Deuteronomio 1:45 Voi tornaste e piangeste davanti al SIGNORE, ma il SIGNORE non diede ascolto alla vostra voce e non vi porse orecchio.
Abbiamo cosi fatto un buon resoconto sui vari tipi di preghiera che benche’ provenienti tutte dal cuore hanno scopi ed obbiettivi ben precisi ….immaginate se tornando dal deserto ..assetati al posto di chiedere acqua fresca ….chiediate una bevanda calda o peggio del sale ……certo chi vi sta di fronte sa’ che volete dell’acqua ma la vostra richiesta sarebbe opposta alla sua volonta di dissetarvi …cosi avviene un po’ con noi quando andiamo ai piedi del Signore per chiedere e non sappiamo cosa chiedere ne come chiedere ……certo ci sarebbe tanto da dire basta leggere la Parola e vediamo che quando si presentavano davanti a lui prima di formulare ogni richiesta ..si prostavano ed adoravano …. Ma ancora miglior cosa e’ chiedere a Dio cio’ che chiesero i discepoli:
 Luca 11:1 ED avvenne che, essendo egli in un certo luogo, orando, come fu restato, alcuno de' suoi discepoli gli disse: Signore, insegnaci ad orare, siccome, ancora Giovanni ha insegnato a' suoi discepoli.

Argomento che da sempre crea non pochi problemi e imbarazzi fra il popolo del Signore, ma che pure ha la sua grande importanza, facendo parte della creazione di Dio. 

 

1. INTRODUZIONE

Abbiamo cominciato a gestire l’Opera Jeshua di Capaci soltanto da 4 anni. E, anche se potrebbero sembrare pochi, in realtà, in questo breve lasso di tempo, ho ascoltato tantissimi problemi di chi frequenta la Chiesa e, devo dire, questi sembrano avere una radice comune: la rottura del legame di coppia e l’abuso della sessualità. Sono fra i problemi più ricorrenti e che creano più conseguenze negative di tanti altri. Sembra opportuno, dunque, potere discernere da parte del Signore quali conseguenze ha nella propria vita assumere un atteggiamento scorretto dinanzi al sesso e, soprattutto, conoscere quando un atteggiamento diventa scorretto alla luce della Parola di Dio. “E voi conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi”, (Giovanni 8:32).
Non nascondo che io stesso ho cercato, prima di scrivere il presente, di raccogliere i vari punti di vista e le posizioni dei diversi movimenti evangelici, senza però riuscire molto spesso ad evincere una chiara posizione, come se l’argomento fosse un tabù, o, peggio, non si avesse il coraggio di affrontarlo.
Il pressapochismo e la confusione che imperano negli ambienti evangelici sull’argomento è legato probabilmente ad una cattiva interpretazione della Sacra Scrittura. Ho anche ascoltato diverse persone assumere una posizione ben definita, e concludere in un modo o in un altro in merito al problema oggetto di studio, ma ho visto anche disapplicare le regole che in via preliminare erano state assunte come “corrette”. Sembra che molti siano pronti a brandire la spada fino a che il problema non tocca la sfera personale o familiare: ho visto tanti Pastori trincerarsi dietro una sorta di bieco rifiuto di ogni tipologia di perdono e di misericordia per abusi legati alla questione che stiamo discutendo, ma nel momento in cui qualche episodio ha toccato la propria famiglia o il proprio ambito, sono rimasti bastiti. A quel punto si preferisce far marcia indietro o tentare strade strane di conciliazione fra la Parola e i comportamenti osservati. Per nulla togliere all’immensa caratteristica di Dio volta al perdono, siamo assolutamente convinti della possibilità di redenzione di chi commette uno sbaglio, ma chiaramente ogni cosa va inserita nel posto giusto e con i giusti limiti. La mancanza di chiarezza potrebbe determinare errore in chi sta seguendo la Parola e noi, soprattutto in qualità di conduttori, ne avremmo la principale responsabilità. Non intendiamo avere ragione, ne conquistarla con “la forza”, ma speriamo di riuscire a determinare, alla luce della Bibbia, il vero limite al quale attenersi e, da quello, speriamo di non doverci mai distaccare. Dio benedica chi vorrà leggere con attenzione criticando anche in maniera costruttiva quello che si scriverà, in modo tale che sia proclamata soltanto la verità di Dio e non quella degli uomini.

2. ORIGINI DELLA COPULAZIONE E COMANDO DI DIO

L’unione tra maschio e femmina è più antico del previsto: l'accoppiamento sessuale, ossia la copulazione, sarebbe comparso in alcuni pesci ossei, i placodermi antiarchi (i più antichi tra i pesci dotati di mandibola), antenati della maggior parte degli attuali vertebrati , prima della cosiddetta riproduzione esterna . Si parla di circa 430 milioni di anni fa. Ma, anche con riferimento all’essere umano, la riproduzione nasce proprio con la creazione da parte di Dio:

Genesi 1:28 - Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».

Ma anche successivamente, per esempio dopo il diluvio universale, Dio impartì la stessa istruzione:

Genesi 9:1 - Dio benedisse Noè e i suoi figli, e disse loro: «Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra”.

L’obiettivo di Dio allora inizia proprio con la “concessione” o l’incoraggiamento verso l’essere umano, perché si compia la riproduzione. L’atto con il quale noi ci riproduciamo, forse, rappresenta la caratteristica che ci avvicina a Dio come creatore, con tutti i limiti del caso naturalmente. E, in più, Dio ha reso il nostro corpo idoneo perché senta il desiderio ed il bisogno di avvicinarsi ad un partner. L’azione e il desiderio sessuale, dunque, ancorché essere un tabù, rappresenta proprio la volontà espressa e manifesta di Dio in noi, sue creature preferite. La dottrina religiosa tradizionale, proprio della Chiesa ufficiale, ha da sempre prese le distanze da certi argomenti relegandoli ai confini quasi dello scandaloso , senza rendersi conto che proprio il non affrontare l’argomento genera quelle questioni che si stanno cercando di evitare, come le violenze, gli incesti, gli abusi e la pedofilia.
Il sesso, dunque, e il conseguente accoppiamento, nascono per volontà di Dio e non sono una cosa per la quale bisogna avere vergogna o considerarla come un tabù:

Genesi 2:25 - L'uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.

Il padre che alleva correttamente un figlio, ha bisogno, prima o poi, di spiegare coscienziosamente cosa questo argomento significhi: il ragazzo, (o la ragazza, mutatis mutandis), altrimenti sentirà nel proprio corpo di adolescente una spinta e una pulsione che non conosce e che non sa spiegarsi, attingendo le proprie informazioni da fonti sbagliate e fuorvianti, che non faranno altro che produrre confusione, smarrimento, e, cosa più importante, un probabile allontanamento da quegli statuti comandati da Dio. E, nel momento in cui ci si allontana dal comando di Dio, si corrono gravi pericoli con conseguenze anche drammatiche.
Il problema vero, infatti, non è il controllo o la presa di coscienza degli istinti sessuali, quanto la manifestazione di tali istinti in modi non contemplati da Dio. Se volessimo trovare un parallelo biblico, ciò rappresenta quando ti rendi conto di “essere nudo”, e sei costretto a coprirti per vergogna. Dopo avere commesso il peccato, Adamo ed Eva corsero a coprirsi con foglie e a nascondersi da Dio perché si sentivano nudi:

Genesi 3:10 - Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto»”.

Nei versi che precedono il 10, notiamo come il serpente tenti di sedurre mentalmente Eva e, indirettamente, Adamo. La sottile distorsione della Parola di Dio così come Dio stesso aveva riferito, avevano provocato una ambizione nuova, diversa, uno stimolo che prima di quel momento la coppia non aveva mai avuto. Dall’azione del mangiare il frutto proibito, e dalla conseguente introduzione del peccato nella vita della coppia, Adamo ed Eva non manifestarono una conoscenza tecnologica o extraterrestre, bensì, la Parola stessa ci informa, si accorsero di essere nudi. Improvvisamente, cioè, si resero conto che quello che fino a quel momento era stato un mezzo di mutua e reciproca soddisfazione, usato in maniera sbagliata e diversa, creava un senso di vergogna, di paura.
Da questo primo approccio, possiamo immediatamente concludere che il peccato nei confronti della nostra sessualità, cioè l’uso contrario alla Parola di Dio del Suo dono, porta un senso di colpa e di smarrimento in chi commette tali pratiche avendo comunque ancora una coscienza rivolta a Dio.
La Parola va anche oltre il semplice accoppiamento finalizzato alla riproduzione incitando la coppia a vivere una vita intensa e felice con la donna, (uomo) della propria gioventù, alla quale Dio ci lega in un legame indissolubile che viene estinto fondamentalmente con la morte di uno dei due coniugi . In questa chiave possiamo leggere Ecclesiaste 9:9, che ci informa espressamente di godere la propria vita con la donna che amiamo. Ed ancora, le stesse clausole legate al matrimonio entro il suo primo anno, ci fanno comprendere come il matrimonio, e le “gioie” derivanti da esso, devono essere recepite in pieno, (Deuteronomio 24:4). Il Cantico dei Cantici è tutto un poema che esalta l’amore tra l’uomo e la donna innamorati, ed è parola di Dio ispirata che fa parte delle Sacre Scritture. I coniugi che si amano conoscono bene la gioia dell’unione fisica e della sessualità.

Cantico dei Cantici 7:10 - «Il tuo palato è come vino squisito, che scorre dritto verso il mio diletto e fluisce sulle labbra e sui denti!...

Queste parole, ancorché essere una metafora, ci spingono a vedere come l’unione fisica sia praticata in modo proprio di soddisfare i propri bisogni fisiologici, sempre con la finalità per la quale Dio stesso ha creato i Suoi figli.


3. LA VOLONTÀ DI DIO SULLA SESSUALITÀ

Abbiamo già considerato che il sesso e la copulazione siano temi indotti da Dio stesso. Ma, nel piano di Dio quali sono i limiti per esso? Nel Signore è stato da sempre instaurato un rapporto monogamico, inspirato dal Signore stesso.

Genesi 2:24 - “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne”.

Non è intenzione di chi scrive entrare nel tema del divorzio, oggetto di uno studio separato della Parola di Dio, ma è chiaro che non possiamo prescindere dal considerare che, in generale, il divorzio tra figli di Dio è una cosa abominevole agli occhi del Signore, (Malachia 2:16). Le particolari situazioni in cui Dio permetterebbe il divorzio stesso, ripeto, saranno oggetto di trattazione separata. Lungi da noi la benché minima intenzione di discriminare o di puntare il dito con chi è divorziato o si sta lasciando con il proprio partner. Qui basti considerare che se due sono stati scelti da Dio per essere insieme, e hanno investigata la volontà di Dio in merito senza lasciarsi abbagliare da attrazione fisica o caratteriale, sono una stessa carne e la loro separazione diventa abominevole agli occhi del Signore: restiamo dunque nella situazione idilliaca voluta da Dio stesso.
Proverbi 5:15-22 ammonisce chiaramente l’uomo che è nel Signore a non andare a bere nelle cisterne altrui o ad abbracciare la donna di un altro. Possiamo argomentare da qui a domani, ma ciò che è stato unito dalla volontà di Dio, per espressa richiesta al Signore, non può trovare la separazione umana. Riportiamo il testo di I Tessalonicesi, illuminante in merito a quanto stiamo discutendo nel presente.

I Tessalonicesi 4:3-8 - Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all'impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito.


Astensione dalla fornicazione
Nel testo biblico la parola tradotta “fornicazione” è pornèia. Il termine qua utilizzato, in realtà, ha una molteplicità di significati. Significa contemporaneamente adulterio, incesto, fornicazione nella sua accezione comune, le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio, i rapporti omosessuali, la violenza, lo stupro, e così via dicendo. La pornèia comprende la libidine e perfino il linguaggio osceno.

Conservazione del proprio corpo
Si tratta qui di rispetto. Il corpo e gli organi sessuali non vanno ridotti a strumento di piacere egoistico. Il piacere della sessualità fa parte dell’intimo scambio d’amore tra i coniugi, nella passione e nella tenerezza; non è fine a se stesso.

Conservazione del proprio istinto controllo
La Parola qua ci avverte a non conformarci ai pagani che si lasciano e si abbandonano a pratiche disordinate. Bisogna sempre ricordarsi della santità di Dio

Dobbiamo evitare di ingannare il partner con la nostra ipocrisia o falso perbenismo. Paolo sta dicendo che i coniugi non devono offendersi e ingannarsi l’un l’altro abbandonandosi a pratiche depravate, o peggio, nascondendo pratiche sessuali occulte.


5. La rottura della volontà di Dio e le sue conseguenze

Proprio dal Cantico dei Cantici ci rendiamo conto di come la sessualità sia un’esigenza di ogni essere umano, e che deve trovare sfogo non in chiunque, ma nella compagna, (compagno) della propria vita, donato da Dio secondo la Sua volontà perfetta. Il problema è che per egoismo si può venir meno alla fedeltà coniugale ovvero si può abusare della donna che Dio ci ha messo davanti. Potremmo delineare la questione nel seguente modo: la sessualità è una gioia di una vita controllata secondo il comandamento di Dio, (finalizzata dunque agli obiettivi che sono stati stabiliti a suo tempo da Dio stesso), ovvero viene vissuta come impeto passionale che mi fa perdere il controllo di me stesso portandomi ad infrangere il comando di Dio? Questa sembra una domanda semplice, ma s’innestano tanti aspetti che la rendono invero quasi non evadibile. Basti al momento ricordare che la Parola di Dio ci invita a restare attenti e accorti, per non pagare le conseguenze del proprio male.

Proverbi 22:3 - L'accorto vede il pericolo e si nasconde, gli inesperti vanno avanti e la pagano.

A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che Dio è largo perdonatore, (Atti 26:18), e che l’adulterio o la fornicazione non sono peccati “a morte”, non essendo una bestemmia contro lo Spirito Santo, (Matteo 12:31). Quindi, certamente posso sbagliare e poi chiedere perdono a Dio… Si, anche io ho uno scendiletto che calco ogni volta che mi voglio alzare dal mio letto, ma Dio non è lo scendiletto di nessuno! Non possiamo arroccarci dietro la caratteristica del perdono di Dio, in quanto Dio perdona chi si ravvede, e ravvedersi significa tornare indietro dalla propria via malvagia; pentirsi del male commesso; abbandonarlo con tutte le proprie forze. Non vale a nulla dunque pensare che posso peccare tanto Dio poi mi perdona! Il verso che abbiamo citato in Proverbi sancisce una pena da pagare, in modo ineluttabile per ogni uomo, (donna). E si, caro amico o amica che leggi. Tutti possiamo sbagliare e venire meno, e nessuno può e deve giudicare. Ma nel nostro errore, “involontario” e non abitudinario, dobbiamo pentirci davvero del male commesso e ritornare indietro. Ma, anche se siamo in questa condizione di ottenimento del perdono divino, pure resta in piedi il monito di Proverbi 22:3. Per capire cosa intendiamo dire, voglio citare un famoso pensatore cristiano:

“Se scegliamo di peccare, ci saranno conseguenze negative. Non potremo evitarle. Potremo anche essere perdonati, ma ciò non cambierà le conseguenze”. – Pastor Ray Stedman.

I figli che restano senza genitori, o l’amante illusa, sedotta e poi abbandonata, la famiglia colpita, insomma, in generale le conseguenze della propria condotta nefanda restano e si ripercuotono sulla vita sia di chi ha commesso il peccato sia di chi lo ha subito, direttamente o indirettamente. Oggi le cronache sono piene di casi nei quali omicidio e violenza concludono una storia andata male, un tradimento, o anche una violenza o un abuso subito nella fanciullezza. Non è raro che chi si macchia di delitti o reati a sfondo sessuale abbia a sua volta subito violenze da fanciullo. Questi sono aspetti che bisogna ricordare sempre. Tutte le persone coinvolte nell’immoralità sono vittime e soffrono, e non sono esclusi i due o più stessi immorali che la praticano. Al di là del piacere fisico temporaneo che possono provare clandestinamente e di nascosto, la loro coscienza non li fa stare sereni. E le conseguenze, prima o poi, vengono a galla.

Proverbi 6:27 - “Si può portare del fuoco sul petto senza bruciarsi il vestito?”.

Ricordo un certo aneddoto che pare proprio al caso nostro. Una certa sorella aveva sentito dire che un medico, fratello di Chiesa, aveva commesso un grave peccato. Senza rendersi conto di quel che faceva, e, soprattutto senza verificare la veridicità della cosa, cominciò a parlarne con le altre sorelle della Chiesa devastando la vita di quell’uomo. Dopo qualche tempo, per motivi che non stiamo qua a dire, si rese conto che era tutta una montatura e quell’uomo era completamente innocente. La sorella si recò dal Pastore, chiedendo cosa potesse fare a quel punto. Il Pastore vide che era davvero ravveduta e pentita di quello che aveva commesso, e le suggerì di portare una piuma tolta da un cuscino per ogni porta dove aveva parlato male del dottore. Fece così e le piume le bastarono a mala pena. Ne prese una anche per lei. Si recò nuovamente dal Pastore, il quale le disse che adesso avrebbe dovuto raccogliere quelle stesse piume lasciate sui diversi davanzali. Con grande mestizia la donna ritornò la sera dal Pastore dicendo che non aveva trovato più nessuna piuma. Erano volate tutte via con il vento. Il Pastore concluse dicendo: “Vedi, Dio ti ha perdonato. Ma le piume, che rappresentano le chiacchere che hai ingiustamente fatte volare dalla tua bocca, non le puoi più riprendere. Ognuna di esse creerà situazioni e conseguenze”.
La persona che si fa dominare da pensieri immorali subisce danni e ne provoca. Un uomo che ha l’abitudine viziosa di guardare materiale pornografico, si formerà un’idea distorta della donna considerando le stesse come oggetti di piacere, da non dovere rispettare. Se poi è sposato, priverà la sua compagna di se stesso compromettendo quest’ultima ed esponendola a tentazione. Se non è sposato, pregiudicherà la possibilità di un rapporto sano con una donna, paragonando la futura eventuale compagna a ciò che ha vissuto nei film. Il solitario che si dà alla masturbazione si priva di una coscienza serena, diviene incapace di vivere nel mondo reale, vede le donne in modo distorto e svaluta il godimento vero del sesso lecito. L’omosessualità sviluppa un senso perverso del piacere sessuale, oltre a far vergogna allo stesso Creatore.


I Corinti 6:9 - Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non siate sviati. Né fornicatori … né adulteri, né uomini tenuti per scopi non naturali, né uomini che giacciono con uomini.


Allo stesso modo, e in maniera ancora peggiore, sarà il rompere la volontà di Dio nei confronti della nostra sessualità. Il comportamento immorale ci porterà al giudizio di Dio, secondo quanto è scritto nella Parola di Dio stessa, (Galati 6:7-8; Ebrei 13:4).

Romani 1:26-27 - “Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento”.

In conclusione, la rottura del comando di Dio, quindi, se da un lato trova perdono in caso di ravvedimento, non lascia indenne nessuno dei protagonisti in merito alle conseguenze dello stesso. Nel caso in cui invece ci sia una sorta di accanimento del peccato, provoca lo stesso abbandono di Dio alla propria concupiscenza oltre che alle conseguenze di cui parlavamo prima. Il Re Davide concupì con Beer Sceba. Arrivò perfino a indurre un omicidio pur di ottenere quella donna come propria moglie, ma il frutto di quell’unione morì, (II Samuele 11).


6. L’autocontrollo e l’aiuto di Dio

“Possedere il proprio corpo in santità e onore” (I Tessalonicesi 4:4), e tenere il matrimonio in alta considerazione, (Ebrei 13:4) non significa rinunciare al piacere o al rapporto sessuale, o, peggio, a guardarlo come un tabù. Il Signore nella Sua Parola ci invita, attraverso l’esempio dei tanti uomini che mantennero il proprio autocontrollo, a mantenere un comportamento corretto. Giuseppe, ad esempio, mentre era schiavo in Egitto, venne attenzionato dalla moglie del suo padrone, la quale, in cambio della sua concupiscenza, avrebbe potuto riscattarlo dalla sua condizione di schiavo. Giuseppe aveva dunque di che beneficiare di quella relazione: sia da un punto di vista fisico che materiale, ma si rattenne nel toccare una donna che era già sposata, andando incontro perfino ad una possibile condanna, (Genesi 36).
Lo stesso Paolo cerca di sottoporsi ad una rigida disciplina che mantiene un forte autocontrollo della persona a resistere contro le tentazioni. Egli ci dice come esercitava l’autocontrollo:

I Corinti 9:27 - “Mi sottopongo a dura disciplina e cerco di dominarmi per non essere squalificato proprio io che ho predicato agli altri”


II Timoteo 2:21 - “Se uno si purifica da tutti i mali che ho detto, sarà come un vaso prezioso, santificato, utile al suo padrone, pronto per ogni opera buona”.


I Tessalonicesi 4:3 - “Questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione”.

Il fatto di astenerci indica quindi anche che ci è richiesto un autocontrollo. Ma l’autocontrollo passa per due grandi mete: la prima è che noi rispettiamo il nostro rapporto coniugale in modo tale da non accendere la nostra passione.

I Corinti 7:2-9 - “Per non rischiare di cadere nell’immoralità, ogni uomo abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito.
 L’uomo sappia donarsi alla propria moglie, e così pure la moglie si doni al proprio marito. La moglie non deve considerarsi padrona di se stessa: lei è del marito. E neppure il marito deve considerarsi padrone di se stesso: egli è della moglie. Non rifiutatevi l’un l’altro, a meno che non vi siate messi d’accordo di agire così per un tempo limitato, per dedicarvi alla preghiera. Ritornate però subito dopo a stare insieme, per evitare che Satana vi tenti facendo leva sui vostri istinti. Quel che vi sto dicendo è solo un suggerimento, non è un ordine. Io vorrei che tutti fossero celibi, come me; ma Dio dà a ognuno un dono particolare: agli uni dà questo dono, ad altri uno diverso. Ai celibi e alle vedove dico che sarebbe bene per essi continuare a essere soli, come lo sono io. Se però non possono dominare i loro istinti, contraggano matrimonio. È meglio sposarsi che ardere di desiderio”.


Nello stesso tempo, però, dobbiamo tenere presente anche la seconda meta. Anche se siamo mentalmente convinti che dobbiamo resistere e che è sbagliato scadere in certe pratiche, pure facilmente ci cadiamo e veniamo meno proprio per la debolezza della nostra carne.

Romani 7:16-25 - “Se faccio quel che non voglio, riconosco che la Legge è buona. Allora non sono più io che agisco, è invece il peccato che abita in me. So infatti che in me, in quanto uomo peccatore, non abita il bene. In me c’è il desiderio del bene, ma non c’è la capacità di compierlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio. Ora, se faccio quel che non voglio, non sono più io ad agire, ma il peccato che è in me. Io scopro allora questa contraddizione: ogni volta che voglio fare il bene, trovo in me soltanto la capacità di fare il male. Nel mio intimo io sono d’accordo con la legge di Dio, ma vedo in me un’altra Legge: quella che contrasta fortemente la Legge che la mia mente approva, e che mi rende schiavo della legge del peccato che abita in me. Eccomi dunque, con la mente, pronto a servire la legge di Dio, mentre, di fatto, servo la legge del peccato. Me infelice! La mia condizione di uomo peccatore mi trascina verso la morte: chi mi libererà? Rendo grazie a Dio che mi libera per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore”.


Quindi devo riuscire ad avere controllo dei miei pensieri, del mio cuore. L’attrazione tra un uomo e una donna che si innamorano e che desiderano fondere le loro vite, è parte integrante della vita. Ciò che non ci è lecito è di desiderare, di concupire, di bramare un rapporto sessuale immorale, fuori dal contesto biblico. E, il tutto, nasce da un pensiero illecito che, se è coltivato, porta al peccato. Che alla nostra mente si affaccino pensieri immorali può accadere, soprattutto se non viviamo una piena spiritualità. Ma è quello il momento di cambiare pensiero volgendo la mentre altrove. La Bibbia contiene un principio psicologico che scava nella profondità della nostra mente:

Proverbi 4:23 - Custodisci i tuoi pensieri perché da questo dipende la tua vita.

Nel linguaggio biblico suona così: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita”. Ora queste sorgenti della vita, leggendo accuratamente la Parola di Dio, rappresentano quegli istinti, quelle spinte che generano le inclinazioni mentali e i pensieri del cuore. Si, la Parola di Dio parla anche di pensieri del cuore, come spinte proprio dell’essere umano verso un comportamento:

Ebrei 4:12 - Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.


Questi pensieri o desideri del cuore, sono quelle che poi passano al nostro cervello, che intraprendono un combattimento con il nostro essere: a quel punto o li combattiamo o li coltiviamo. Il pensiero coltivato genererà un’azione. E, l’azione crea quel meccanismo di cui parla Giacomo:

Giacomo 1:14-15 - “Ciascuno è provato essendo attirato e adescato dal proprio desiderio. Quindi il desiderio, quando è divenuto fertile, partorisce il peccato; a sua volta il peccato, quando è stato compiuto, produce la morte”

In realtà non è necessaria neanche l’azione in se stessa per scadere nella concupiscenza. Il decimo comandamento ammoniva l’uomo a non desiderare la moglie del prossimo, (Esodo 20:17). E ancora che non si può commettere adulterio, andando in maniera più esplicita a denunciare la trasgressione dalla legge. Ma Gesù andò ancora oltre asserendo che chi guarda una donna per desiderarla, ha già commesso peccato con lei, (Matteo 5:27-28). Quindi chiunque in realtà fa salire dal proprio cuore il desiderio di concupire e guarda con attenzione, (non in maniera fugace dunque) una donna, (uomo) desiderando la concupiscenza, ha già commesso tale peccato, non essendosi autocontrollato.
Giunti a questo punto molti potrebbero davvero essere scoraggiati perché si rendono conto che la prova e la resistenza da fronteggiare è quasi impossibile. Ma, in nostro favore, ci soccorre l’aiuto di Dio.
Poiché Dio ci ha chiamati a santificazione e non ad impurità, (I Tessalonicesi 4:7), dobbiamo tendere verso la santificazione, senza della quale nessuno vedrà Dio, (Ebrei 12:14). Ma non è una cosa possibile umanamente parlando se i nostri sforzi, (autocontrollo) non sono suffragati e supportati dallo Spirito Santo che ci guida. Il bene non attrae come il male, e o stesso Paolo ebbe a disperarsi non sapendo chi lo potrebbe tirare fuori dal suo corpo di carne, (Romani 7:24). L’unico potente in questo è proprio lo Spirito Santo.
Ma, basta una preghiera per essere aiutati dallo Spirito Santo? Galati ci informa:

Galati 5:16 - “Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne”.


Cosa significa “camminare secondo lo Spirito”? Non dimenticando qual è lo scopo della nostra vita, (presentarci santi a Dio), e che in noi alberga lo Spirito Santo, dobbiamo imparare a camminare secondo lo Spirito. Innanzitutto, camminare secondo lo Spirito significa non reiterare il peccato rendendo vano lo stesso sacrificio di Cristo sulla croce. Camminare secondo lo Spirito significa preservare intatta la fede che una volta ci è stata insegnata, (Giuda 3).
È un errore credere che il nostro comportamento sessuale non abbia nulla a che fare con la nostra fede in Dio. Non è possibile immaginare di continuare ad amare Dio e praticare nel contempo attività sessuali che sappiamo benissimo essere non conformi al rispetto della persona, rispetto che Dio richiede da noi. La santa Legge di Dio è data per il nostro benessere completo, dettata dall’amore che Dio ha per il suo popolo. Se cerchiamo di tenere separata la sfera sessuale dalla fede, imbocchiamo una strada chiusa. La fede sta proprio nell’aver fiducia in Dio e nel contare sulla forza del nostro onnipotente Dio (Galati 3:3).
Come opera il Santo Spirito in noi? La verità è che noi tutti viviamo nel mondo corrotto dal peccato e il nostro stesso corpo carnale prova desideri carnali. Tale verità include il fatto che il credente è impegnato in una battaglia spirituale contro le malefiche forze sataniche, “il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Efesini 6:12).
Abbiamo la necessità dunque di rivestire Cristo in noi.

Romani 13:14 - “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri”.

Quindi la battaglia è aperta. Da un lato noi, con il nostro autocontrollo e la nostra volontà di resistere. Noi che desideriamo rivestirci di Cristo utilizzando la preghiera per non cadere in tentazione, (Luca 22:40). La battaglia è aspra, ma lo stesso Spirito interverrà con sospiri ineffabili:

Romani 8:26-27 - “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio”.

La battaglia è dura, a volte insostenibile. Non sempre si vincerà, a volte si cadrà. Tuttavia si tratta di un processo in divenire: più cammineremo nello Spirito, più ci santificheremo, più ci rivestiremo di lui, più riusciremo ad essere vincitori.

Romani 6:14 - Il peccato non avrà più potere su di voi, perché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia.

La grazia di Cristo completerà il percorso caduco e mancante che noi non sappiamo o non possiamo completare. Ma dobbiamo metterci tutta la nostra buona volontà, altrimenti saremmo succubi del peccato e della concupiscenza senza poterci risollevare ne trovare aiuto in Dio.

I Tessalonicesi 4:3-8 - Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all'impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito.

Noi non possiamo dunque abbandonarci a dei comportamenti autolesionistici, ma dobbiamo sforzarci in ogni modo di tenere alta la testimonianza di Cristo in noi. E’ solo Cristo che rende la nostra fede perfetta donandoci la forza di tenere alte le barriere contro al nemico:

Ebrei 12:1-2 - “Anche noi, dunque … deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta”

Se il nostro sguardo sarà fisso su Gesù, allora avremo la forza come l’apostolo Paolo di considerare ogni altra cosa come spazzatura con il preciso obiettivo di guadagnare Cristo, (Filippesi 3:8). Noi non apparteniamo a noi stessi ma in realtà siamo proprietà di Dio, e dunque siamo “obbligati” a glorificarLo anche con il nostro corpo, (I Corinti 6:19-20).


7. Conclusioni

Ci permettiamo di dissentire contro tutte quelle forme di proibizionismo sul matrimonio per i sacerdoti. Sia perché non era la pratica della Parola di Dio, sia perché, l’astensione forzata mette a rischio l’integrità dell’essere umano che vi è sottoposto mettendo a nudo certe problematiche proprie di alcuni movimenti religiosi che al loro interno vedono con una certa frequenza fenomeni strani come la pedofilia o la pornografia, o il concubinato. La scelta che un uomo, (donna), deve affrontare, non è affatto tra attività sessuale e astensione dalla vita sessuale, ma tra attività sessuali lecite e illecite. Non siamo in condizione, come lo stesso Paolo ammonisce, di imporre a nessuno una simile abitudine. Paolo scelse il nubilato. Ma, anche a suo dire, fu una sua scelta, e comunque non prescritta come legge per nessuno. Ne, d’altro canto, possiamo giustificarci in funzione di quello che nel mondo avviene. Oggi sentiamo molti sostenere che in fondo in fondo ogni rapporto poi non ha granchè importanza oramai tutti fanno tutto, …., e dunque…. È un chiaro errore guardare alle pratiche sessuali del mondo per trarne delle norme: si tratta, infatti, di persone “che non conoscono Dio” (I Tessalonicesi 4:5). Tali persone chiamano “fare l’amore” ciò che nulla c’entra con l’amore ma è solo atto sessuale fine a se stesso. Tutta la questione sta, alla fine, nella libidine, nella perversione, nel ritrovare un attimo di piacere per poi sprofondare nell’aridità completa o, peggio, nella ricerca di una emozione ancora più forte per coprire la delusione di quella precedente: in questo modo si scivola sempre di più verso il baratro.

1. Dio ha creato l’uomo come essere che deve avere un comportamento sessuale. Il desiderio sessuale è in sé un attributo meraviglioso che Dio ci ha donato, il fondamento è che lo ritroviamo nel nostro rapporto coniugale stabilito da Dio.

2. Il peccato significa degradazione, allontanamento da Dio. Il nostro modo di comportarci sessualmente rivela se scegliamo di seguire la via di Dio oppure quella egoistica.

3. Se ho atteggiamenti sbagliati sono contro Dio. Questa affermazione naturalmente trova concordi tutti che siamo sottoposti al peccato, ma valgono qui le affermazioni fatte in precedenza.

4. Devo avere un atteggiamento positivo e volontario di liberazione da certi pensieri. Mi devo avvicinare a Dio con la fede di chi sa che avrà un cuore asperso e purificato, (Ebrei 10:22)

5. Bisogna tenere la Parola di Dio nel proprio cuore, questo ci impedirà di avere atteggiamenti sbagliati, (Salmo 119:11).

6. Dobbiamo essere ripieni di Spirito. Questa condizione soltanto ci darà le forze sufficienti per resistere al nemico, (Efesini 5:18)

7. L’autocontrollo è richiesto ma non è sufficiente. La preghiera è una ottima arma, (Luca 22:40)

“Chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere” (I Corinti 10:12). Non è davvero il caso di sentirci così forti da cacciarci in situazioni in cui dovremo far fronte a una tentazione.

Pastore Paolini Gabriele
Chiesa Jeshua Capaci

Abstract: Oggi il mondo ruota intorno all’idea di promuovere la ricchezza. Da un certo punto di vista, non è che sia sbagliato star bene o avere un certo benessere. Il concetto di ricchezza, naturalmente, si incontra e molto spesso si scontra con quello di donare e contribuire. Gesù non ha mai detto che è sbagliato avere cose o ricchezze, ma piuttosto di non diventare materialistici, o per meglio dire, di far in modo che le ricchezze non “abbiano” noi. Dio ci ha chiamati ad amare il prossimo e usare ciò che è in nostro possesso, non ad amare le cose e usare il prossimo.

 

Al giovane ricco, che aveva seguito i dieci comandamenti alla perfezione fin dalla nascita, Gesù ravvisò una sola mancanza per raggiungere la “perfezione”: vendi ciò che hai e dallo ai poveri e seguimi. In questo comando in se non leggiamo il divieto di possedere cose, quanto il problema che stava nel cuore di quel giovane: amava ciò che possedeva più del Signore che pure desiderava servire con il cuore. La risposta del giovane fu la tristezza: ritornò indietro, con il capo curvo, non riuscendo a vincere quella sua debolezza. Lo stesso Apostolo Paolo scrive a Timoteo una cosa molto interessante:

I Timoteo 6:17 - Ai ricchi in questo mondo ordina di non essere d'animo orgoglioso, di non riporre la loro speranza nell'incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo;

Il punto dunque non è l’essere ricco o il non esserlo. Non è questo che fa la differenza. Il punto è non insuperbire e evitare di riporre la propria confidanza nella ricchezza. Proprio questo verso sancisce come dio provvede le cose affinché noi ne godiamo, e le compartecipiamo, sia perché Dio possa riconoscere la nostra opera buona, sia perché tale è il comando del Signore:

Proverbi 19:17 - Chi ha pietà del povero presta al SIGNORE, che gli contraccambierà l'opera buona.

Ebrei 13:16 - Non dimenticate poi di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace.

Ma il nostro godere dei beni che riceviamo viene sempre subordinato alla nostra disponibilità a compartecipare ciò che abbiamo proprio perché riconosciamo da un lato la provvidenza del Signore e perché non abbiamo amore per le ricchezze quanto per Dio e per la Sua opera:

Luca 12:15-21 - 15 Poi disse loro: «State attenti e guardatevi da ogni avarizia; perché non è dall'abbondanza dei beni che uno possiede, che egli ha la sua vita». 16 E disse loro questa parabola: «La campagna di un uomo ricco fruttò abbondantemente; 17 egli ragionava così, fra sé: "Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?" E disse: 18 "Questo farò: demolirò i miei granai, ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, 19 e dirò all'anima mia: 'Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti'". 20 Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa l'anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?" 21 Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio».

Gesù stesso esortò (tutti) a non accumulare, o fare tesori sulla Terra. Sono tesori caduchi che lasciano il tempo che trovano. Ma questo verbo fatevi, nella sua espressione originale nasconde un duplice significato: ha un senso attivo ma anche uno passivo. Cioè significa anche che l’oggetto del nostro accumulo possiede noi, oltre che noi possediamo ciò che accumuliamo. Questa piccola riflessione è illuminante per capire cosa Dio pensa riguardo la materia del nostro dibattere di oggi.

Matteo 6:19 - «Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano;

Quindi, concludendo, possiamo affermare che non ci sia nulla di sbagliato nel possedere, o nell’avere una benedizione finanziaria da parte di Dio. Ma questa benedizione viene elargita perché sia noi che l’opera sua ne goda. E, attenzione, non è una regola di approvazione divina. In I Timoteo 6:17 abbiamo già visto le raccomandazione apostoliche per chi è ricco. Ma è logico comprendere che non sono i ricchi in quanto ricchi ad essere benedetti in modo speciale da Dio, o esser loro soltanto approvati da Dio. Paolo stesso viveva per fede e per il suo lavoro. Come Gesù stesso non badava ad accumulare ricchezze materiali. Attenzione che erroneamente si attribuisce alla ricchezza materiale un senso di approvazione divina. Questo concetto, a lungo andare, conduce a quella frangia di evangelici che professano l’evangelo della prosperità. Tutto questo non viene dalla Parola. Dio garantisce ai Suoi figli il necessario e in questo senso li fa sempre prosperare, ma non è detto che essi debbano avere yacht e macchine di lusso o ville con piscina, o che, peggio, avere queste cose significhi essere particolarmente benedetti dal Signore! Come abbiamo notato fino ad ora anzi queste cose costituiscono un laccio pericoloso che può allontanarci da Dio:

Matteo 19:24 - E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».

Marco 10:25 - È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».

Luca 18:25 - Perché è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».

Queste tre ammonizioni, che giungono da tre vangeli, confermano in pieno proprio questa ultima tesi. E Matteo, questa espressione, la fa precedere da un “E ripeto…” come se volesse sgomberare il campo da qualsiasi dubbio. Un ricco, proprio per il fatto di essere ricco, vive in costante pericolo di spostare la grazia di Dio e mettere la propria abilità al centro di ogni cosa, di distogliere il suo sguardo dal Signore e riporlo nei propri mezzi, di insuperbirsi credendo che la propria vita valga più di quella di tanti poveri. Nella Bibbia troviamo molti esempi di ottimi fratelli ricchi, (Abramo, Davide, Giuseppe di Arimatea, Barnaba), ma torniamo a sottolineare che il rischio di arenarsi cresce in proporzione proprio alla propria ricchezza, (perdonando il gioco di parole).

I Timoteo 6:9-10 - 9 Invece quelli che vogliono arricchire cadono vittime di tentazioni, di inganni e di molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. 10 Infatti l'amore del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori.

Se il verso 9 conferma ciò che abbiamo detto, il 10 riassume un poco tutto l’articolo: non è il denaro o i soldi la radice di tutti i mali. Piuttosto è l’amore per esso che diventa un laccio per noi tutti. Dio ci guardi e provveda il necessario, affinché avendo troppo non insuperbiamo, ne avendo troppo poco non finiamo con il rinnegarlo.

Se dovessimo dare una definizione di gioco d’azzardo, potremmo dire che è il “rischiare dei soldi nel tentativo di farli moltiplicare su qualcosa che è assolutamente imprevisto o altamente improbabile che accada ma che se dovesse accadere in un tempo misero cambierebbe totalmente le proprie risorse”. A questa prima definizione possiamo poi asserire che, come è ampiamente e universalmente riconosciuto, crea dipendenza ed assuefazione perché, nel suo circuito chiuso, la perdita crea forte desiderio di riscatto proprio per la stessa definizione di Gioco d’azzardo che abbiamo dato prima. Quando mi vedo senza soldi, l’unica possibile strada è perpetrare il rischio e giocare anche quello che rimane perché non vi è altro mezzo per guadagnare subito e quantomeno mascherare alla famiglia la mia perdita stessa. Questo premesse, la Bibbia non condanna specificamente il gioco d’azzardo, le scommesse o la lotteria. La Bibbia ci avverte, però, di guardarci dall’amore del denaro:

I Timoteo 6:10 " Infatti l’amore del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori"

Ebrei 13:5 "La vostra condotta non sia dominata dall’amore del denaro; siate contenti delle cose che avete; perché Dio stesso ha detto: ‘Io non ti lascerò e non ti abbandonerò’"

 La Scrittura ci incoraggia anche a guardarci dai tentativi di "arricchire velocemente"

Proverbi 13:11 “La ricchezza male acquistata va diminuendo, ma chi accumula a poco a poco, l’aumenta”

Proverbi 23:5 "Vuoi fissare lo sguardo su ciò che scompare? Poiché la ricchezza si fa delle ali, come l'aquila che vola verso il cielo".

Ecclesiaste 5:10 "Chi ama l'argento non è saziato con l'argento; e chi ama le ricchezze non ne trae profitto di sorta. Anche questo è vanità".

E, infine, a non potere servire due padroni:

Matteo 6:24  "Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona".

Il gioco, dunque, ancorché essere una cosa di per se “malvagia” è qualcosa che viene finanziata non per una necessità, ma per un capriccio, per uno spreco di soldi che andrebbero nel migliore dei casi utilizzati per aiutare chi, nostro prossimo, non sta bene. Quindi, in questo senso, limita le tue capacità di far del bene. E cosa dire dei posti di divertimento come i Casinò dove tutto concorre per istigare il giocatore non soltanto a giocare, ma a trastullarsi in piaceri che non servono a nulla. Qualcuno dice che in effetti non fa nulla di male nel giocarsi la schedina una tantum o nel grattare una scheda una volta ogni tanto, …., in fondo sono soldi in eccesso, i bisogni della famiglia sono stati messi al sicuro, ma anche i soldi in eccesso dovrebbero essere conservati per i bisogni futuri o dati all’opera del Signore, non sperperati al gioco.

Se poi qualcuno, molto sporadicamente, fa una fortuna con il gioco d’azzardo o con le lotterie, è anche vero che statisticamente coloro che arricchiscono facilmente diventano poveri altrettanto facilmente, proprio perché non avendo sudato il loro guadagno non lo apprezzano come dono di Dio ma piuttosto come loro bravura e determinazione.

Proverbi 13:11 - “La ricchezza male acquistata va diminuendo, ma chi accumula a poco a poco, l’aumenta”

Ho ascoltato diverse persone “legalizzare” il gioco o le scommesse, portando come esempio il fatto che anche nella bibbia si usa l’espressione “gettare le sorti”, (o, in inglese, “cast a lot”). Nel Vecchio testamento il gettare le sorti, espresso ben 70 volte, nel suo complesso, poteva anche essere giustificato dalla assenza dello Spirito Santo nel cuore di quegli uomini, ma nel Nuovo Testamento, la stessa espressione si ripete pochissime volte. Esaminiamole una ad una, per capire meglio.

Luca 23:34 - Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte.

Giovanni 19:24 - Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice: «Hanno spartito fra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati.

Marco 15:24 - Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte per sapere quello che ciascuno dovesse prendere.

Matteo 27:35 - Poi, dopo averlo crocifisso, spartirono i suoi vestiti, tirando a sorte;

In questi casi non sono cristiani a gettare le sorti, ma persone pagane. Soltanto nel verso che segue vediamo gli apostoli adire ad una pratica simile:

Atti 1:26 - Tirarono quindi a sorte, e la sorte cadde su Mattia, che fu incluso tra gli undici apostoli.

Si potrebbe argomentare che ancora quegli apostoli non avevano ricevuto lo Spirito Santo, che fu elargito nel giorno della Pentecoste e in ciò stesso giustificare quegli uomini nella loro azione, visto che poi, ad esempio in Atti capitolo 6, la scelta dei diaconi non avvenne riutilizzando questa espressione, ma mettendo in mezzo proprio la guida dello Spirito Santo. Eppure in Atti 1:26 c’è ancora qualcosa da aggiungere a riguardo: il termine utilizzato è klḗros, (G2819), che significa una parte, una porzione. Come se la Parola stesse indicando che i discepoli avevano già scelti ALCUNI uomini,… e che lasciavano a Dio poi la facoltà di definire la loro scelta. Nel Vecchio Testamento, il termine utilizzato è per lo più goral, (H1486), che significa anche porzione, ma contiene anche la pregnanza di "scelta", ma una scelta non casuale, ma determinata. Era un po' come l'equivalente di dire: Se troverò la rugiada sul portone e non a terra allora capirò che tu eterno hai fatto questa scelta, ... (vedi Gedeone per esempio).

Quindi, riassumendo, nella Parola di Dio non viene mai indicato una incitazione alla sorte, ma, soprattutto nel Nuovo Testamento, l’indicazione perenne è di cercare il Regno di Dio e la sua giustizia per vedere tutto il resto esserci accordato come ricompensa del nostro modo di comportarci dinanzi a Lui.